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Elezioni anticipate? Il centrodestra vincerebbe solo con Vannacci. I sondaggi puniscono Meloni, che studia il rimpasto

Calo nei consensi per Fratelli d'Italia, mentre sale il gradimento dei leader di opposizione. L'ipotesi intervento "chirurgico" nell'esecutivo: da Luca Zaia allo Sviluppo, a Rosario Valastro per la Giustizia
Elezioni anticipate? Il centrodestra vincerebbe solo con Vannacci. I sondaggi puniscono Meloni, che studia il rimpasto
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L’atmosfera che dei corridoi di Palazzo Chigi assomiglia sempre più a un complicato esercizio di resistenza dopo il brusco risveglio della batosta referendaria. Il primo sondaggio post voto di Nando Pagnoncelli pubblicato dal Corriere della Sera conferma la situazione di estrema fragilità per la maggioranza, con Fratelli d’Italia che scende al 26,7 per cento, perdendo oltre un punto in un solo mese, mentre la Lega è stabile col 6,3% e Forza Italia addirittura guadagna un punto. A incassare qualcosa sono decisamente le opposizioni: il Partito Democratico risale al ventidue per cento e il Movimento 5 stelle tocca il 14,2%. Ma il dato che più deve far riflettere Giorgia Meloni riguarda il gradimento dei leader, dove si registra un sorpasso simbolico: Giuseppe Conte strappa infatti il primato ad Antonio Tajani, guadagnando due punti di fiducia, mentre il segretario di Forza Italia ne perde tre, nonostante la crescita del suo partito al 9,5%. Anche Elly Schlein sale nei consensi, al ventisei per cento, mentre Matteo Salvini arretra al ventuno. La stessa Meloni vede incrinarsi il proprio posizionamento personale, con una fiducia che cala dal 44 al 40%.

Numeri che si traducono in scenari ancora più preoccupanti se proiettati sulla simulazione dei seggi basata sulla proposta di legge elettorale sul tavolo del governo, il cosiddetto “Stabilicum”. Che per il governo, secondo la simulazione del Corriere, di stabile avrebbe ben poco: il centrodestra riuscirebbe infatti a ottenere il premio di maggioranza previsto nella riforma, e dunque la guida del Paese, solo imbarcando in coalizione Futuro Nazionale, il movimento guidato dal generale Roberto Vannacci, attualmente al 3 per cento (in calo dello 0,6%), nel quale è appena confluito il movimento di Gianni Alemanno, Indipendenza. Senza questo “alleato”, lo scenario si ribalterebbe, consegnando la vittoria a un ipotetico campo progressista che, secondo la simulazione, otterrebbe 227 seggi contro i 149 della destra. Ipotesi e dipendenze che logorano chi teme un ulteriore logoramento dei consensi, riassunto dal sottosegretario a alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari con la metafora della “salsiccia lasciata rosolare troppo a lungo sulla brace”. Meloni non nasconde la sua delusione per una squadra di governo che ritiene non all’altezza e una classe dirigente che l’avrebbe lasciata sola, una frustrazione che secondo i retroscena sarebbe emersa chiaramente anche durante la cena di venerdì sera con i due vicepremier Salvini e Tajani nella villa della premier nel quartiere romano del Torrino.

A soffiare sul fuoco sono il prezzo del gasolio, l’inflazione che minaccia di ripartire e il contesto internazionale che impongono una prudenza quasi paralizzante per i conti pubblici, come dimostra la reazione di Confindustria al dl Fisco. Con un deficit che si gioca su decimali infinitesimali per restare sotto la soglia del tre per cento, ogni margine di manovra finanziaria appare bloccato. Sebbene nel partito di maggioranza non manchino, come Ignazio La Russa, quelli che sarebbero tentati dal far saltare il banco per tornare alle urne e capitalizzare il consenso residuo, la strada del voto anticipato è un miraggio pericoloso. Senza una legge elettorale che garantisca vera stabilità, il voto sarebbe un salto nel buio e la responsabilità di un probabile quanto ingestibile pareggio, che il Paese non può permettersi, ricadrebbe sull’attuale maggioranza. Per non parlare dei timori di Salvini, che perderebbe decine di eletti se si andasse a votare oggi.

Ragioni per cui l’opzione del rimpasto “chirurgico” nell’esecutivo sembra guadagnare terreno. L’idea non è quella di un rimpasto classico, che obbligherebbe a un Meloni bis tecnicamente complicato, ma di una sostituzione mirata di alcuni pezzi della macchina, dopo quelli persi all’indomani del voto, da Delmastro a Bartolozzi e fino a Santanchè. Si parla con insistenza dello spostamento di Adolfo Urso al ministero del Turismo per coprire il vuoto lasciato dalla pitonessa, aprendo così la strada per il ministero delle Imprese e del Made in Italy a una figura di peso come Luca Zaia. Il suo ingresso nell’esecutivo, si dice, servirebbe a ricucire il rapporto con il mondo produttivo e ad arginare l’ascesa di Vannacci all’interno degli equilibri della Lega. Per la Giustizia, dove Carlo Nordio appare sempre più affaticato, circolano le ipotesi di un ingresso tecnico. Il nome sarebbe quello di Rosario Valastro, presidente della Croce Rossa e avvocato cassazionista, o dell’affiancamento di figure come Annalisa Imparato, procuratrice che ha sostenuto il Sì, come nuovo sottosegretario. Se non altro, il rimpasto permetterebbe alla premier di mantenere l’impegno di restare a Chigi fino al 2027. Ma ad oggi la sfida riguarda l’inversione di rotta nei sondaggi, prima che sia troppo tardi.

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