Qualcosa si muove dopo il mio post su ciò che manca nei bagni pubblici del mio quartiere: per questo bisogna indignarsi
Ho scritto un post semplice, diretto, concreto: nei bagni pubblici del nostro quartiere manca ciò che serve davvero, il sapone e lo shampoo. Materiale raccolto, comprato, donato, resta fermo, inutilizzato, bloccato qui da me in magazzino. La verità è semplice: chi ha bisogno non ha accesso al minimo indispensabile. Punto.
Dopo la pubblicazione, messaggi, commenti, telefonate. Politica di base, quella della circoscrizione, persone dentro i meccanismi, incredulità, indignazione. “Ma perché scrivi questo?”. Perché è vero. Niente giri di parole. Poi arriva la domanda: “Come possiamo risolvere?” La risposta è semplice: prendetevi il materiale che abbiamo già raccolto. Fine. Nessuna riunione, nessuna mail, nessuna firma, solo il gesto semplice di allungare la mano e distribuire ciò che serve. Invece tutto resta fermo, in attesa di procedure.
Questa mattina entra una signora, Carmela, come mia zia, che oggi compie gli anni, coincidenza che fa sorridere. Fa parte di un’associazione religiosa: “Oltre me” Associazione Diaconia Valdese. Ha letto il mio intervento. “Abbiamo lo stesso problema”, dice. Problema chiaro: i buoni doccia del Comune offrono solo acqua gratuitamente. Shampoo e sapone ci sono, ma sono a pagamento e specifici.
Dopo che Carmela espone il suo problema, penso: se ci vado io, che me lo posso permettere, mi lavo e pago ed è corretto. Se invece va qualcuno che non ha nulla, non ha nemmeno da mangiare, oltre all’acqua gli shampoo e il sapone li deve pagare la collettività. Senza soldi, senza sostegno, senza aiuto, la doccia diventa inutile. E qui scatta l’assurdo. Un’associazione strutturata, con fondi e personale, viene da me, privato cittadino, a chiedere shampoo e sapone. Non è normale. Non torna.
Poi ci penso: se non do io, a chi faccio male? Ai burocrati? No. Agli ultimi. E allora preparo la scatola: spazzolini, dentifrici, pettini, shampoo, sapone. Domani mattina Carmela li prenderà in carico.
Chiarisco: parlo dei bagni del quartiere che seguo io. Sono aperti solo il martedì e il giovedì al pomeriggio e il sabato mattina. Il sabato costa il doppio. Chi arriva con quel cazzo di buono rosso trova solo acqua. Gli altri giorni e gli altri bagni non li considero, perché non posso occuparmi di tutto. Sono un uomo solo, posso seguire una cosa per volta. Punto.
Il Comune resta fermo. Blocchi burocratici, attese, procedure, timbri, passaggi. Intanto chi ha bisogno resta fuori. La città riesce a muoversi per altre emergenze, come distribuire strumenti per ridurre i danni legati alla droga. Pipette, prevenzione, interventi rapidi. Io penso che finché le droghe non saranno legalizzate, vendute dallo Stato, sotto tutela e con copertura del Servizio Sanitario Nazionale, non ha senso incentivarle offrendo gratuitamente strumenti per consumarle. Non ha senso! La droga non è un bisogno primario. Il sapone sì. La doccia sì. Vestiti puliti sì. Eppure la priorità sembra altrove. Così chi prova a fare qualcosa si trova in mezzo. Tra chi chiede e chi non risponde. Tra chi ha bisogno e chi potrebbe risolvere. La terra di nessuno dove l’unico motore è l’iniziativa personale. E questo, nel lungo periodo, non regge.
Servirebbe una cosa semplice: prendere atto, dire c’è un problema, lo risolviamo. Materiale disponibile, lo distribuiamo. Fine. Ogni livello in più è un rallentamento, ogni firma è un giorno perso, ogni attesa è una persona che resta fuori.
Non è normale che il sapone diventi un problema, che la dignità passi per una firma, che chi aiuta debba chiedere permesso. Non è normale che qualcuno si indigni per un articolo invece che per la situazione descritta. L’indignazione giusta sarebbe verso i bagni chiusi, verso quelle docce inutilizzabili, verso quella lentezza che pesa più di qualsiasi mancanza.
Il materiale c’è, le persone ci sono, il bisogno è evidente. Manca solo una cosa: la volontà di smettere di complicare ciò che è semplice. La volontà di togliere di mezzo tutto il resto. Fino a quel momento, il sapone resta fermo. E con lui, la dignità.