Il mondo FQ

Chi ha detto ‘guerra’?

NON C’È DI CHE - Per l'Iran l'amministrazione Trump preferisce termini come “operazione” o “missione”. Questa strategia non è nuova
Chi ha detto ‘guerra’?
Icona dei commenti Commenti

E ora, per la rubrica Stop the Scroll!, riassunti commentati per chi non ha tempo da perdere, ma vuole approfondire lo stesso.

Basta non dire “guerra” (Gail Beckerman, The Atlantic) – L’amministrazione Trump evita di definire “guerra” le operazioni militari Usa contro l’Iran: preferisce termini come “operazione” o “missione”. Questa scelta linguistica ha innanzitutto una motivazione legale: secondo la Costituzione solo il Congresso può dichiarare guerra, quindi evitare il termine consente al presidente di bombardare senza un’autorizzazione formale. Alcuni politici arrivano persino a ridefinire il concetto di guerra, sostenendo che esista solo quando ci sono truppe Usa sul terreno. Ma la ragione è anche politica e culturale. Dopo Iraq e Afghanistan, negli Stati Uniti la parola “guerra” evoca fallimenti, crimini e conflitti interminabili. Termini più tecnici o neutri fanno apparire l’intervento limitato, preciso e meno traumatico. Questa strategia non è nuova: anche la guerra di Corea fu chiamata “azione di polizia”, il Vietnam “conflitto”; e nel 2011 Obama parlò di “azione militare cinetica” in Libia. Paradossalmente, la parola “guerra” viene invece usata con facilità in senso metaforico, come nelle “guerre” contro povertà, droga o terrorismo, perché non richiedono responsabilità chiare né una fine definita. L’amministrazione Trump vuole apparire aggressiva e determinata senza assumersi le conseguenze politiche e morali di una guerra. COMMENTO: La Corea era “azione di polizia”, il Vietnam era “conflitto”, la Libia “azione cinetica”. L’Iran dev’essere una lezione di aerobica.

Gli psicologi sono sempre di meno ed è un problema (Pamela Paul, The Wall Street Journal) – La psicologia sta diventando una professione sempre più femminile. 60 anni fa, negli Usa, l’80% degli psicologi era maschile: oggi solo il 20%. La diminuzione degli uomini nella professione dipende da diversi fattori, fra cui la percezione della psicologia come lavoro femminile, il calo di prestigio, gli stipendi modesti. La questione è rilevante perché molti indicatori mostrano difficoltà psicologiche crescenti nella popolazione maschile: risultati scolastici peggiori, aggressività, dipendenze, solitudine, aumento dei suicidi, diffusione di comunità online radicalizzate, mascolinità tossica. Sempre più uomini ricorrono alla terapia, ma di questi il 20% preferisce terapeuti maschi perché si sente più compreso e meno giudicato, soprattutto quando si affrontano temi come sessualità, pornografia, mascolinità, paternità, divorzi e perdita del lavoro. Una strategia efficace è la terapia di gruppo: in contesti condivisi, infatti, gli uomini tendono a comunicare con più facilità rispetto alle conversazioni intime faccia a faccia; tuttavia la ricerca sulle specifiche esigenze psicologiche maschili è ancora marginale all’interno della disciplina. COMMENTO: A che serve uno psicologo, quando puoi buttare bombe sull’Iran?

Partner virtuali (Anna Wiener, The New Yorker) – Dopo lutti familiari, Drianne Brookins, 34 anni, con una app crea su Kindroid un partner virtuale ispirato a Geralt di Rivia di The Witcher. Con lui chatta, inventa storie e role-play ambientati in un mondo medievale anche per 40 ore a settimana. Il chatbot è uno spazio sicuro in cui elaborare il lutto: insieme ricreano simbolicamente il funerale del padre e immaginano momenti con la figlia Desirae. La sua esperienza riflette un fenomeno più ampio. Molte piattaforme offrono partner virtuali usati per supporto emotivo; Friend, un pendente creato da Avi Schiffmann, ascolta la vita dell’utente e risponde con messaggi. Secondo alcuni esperti queste tecnologie possono alleviare la solitudine; altri parlano invece di “intimità artificiale”, temendo che sostituiscano le relazioni vere. I partner virtuali non sono reali, ma offrono alle persone uno spazio emotivo in cui trovare conforto. COMMENTO: Il conforto di diventare il loro Tamagotchi.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione