Cuba al centro della competizione tra grandi potenze: così restano sullo sfondo le sofferenze della popolazione
di Sara Romanò
Cuba ha negato all’ambasciata Usa di importare petrolio per il proprio personale, definendo la richiesta “sfacciata”. D’altronde, a causa del blocco statunitense unilaterale ed extraterritoriale, da tre mesi l’isola non riesce a importare petrolio, limitando non solo la sovranità di Cuba ma anche quella di altri paesi. Da mesi i cubani vivono prolungati blackout che limitano l’accesso all’acqua, alla possibilità di conservare e preparare cibi, di spostarsi, di riposare nonostante la calura delle notti equatoriali grazie al sollievo di un ventilatore. In un simile contesto, rifornire di petrolio chi lo sta negando a tutta l’isola, inclusi bambini, anziani e malati, apparirebbe beffardo. Tuttavia, questa risposta finirà probabilmente per aumentare le tensioni tra Cuba e Usa.
Quasi ogni giorno Trump dichiara che si impadronirà di Cuba e recentemente ha affermato che “può farne ciò che vuole”. Alle sue minacce Cuba risponde con esercitazioni militari, mentre negli Usa tre senatori democratici hanno presentato una risoluzione per ribadire che un’azione militare contro l’isola deve essere approvata dal Congresso e non può essere decisa dal presidente. Di fronte al Congresso, il generale Donovan ha dichiarato che non è in preparazione un’aggressione, ma che gli Usa sono pronti a reagire a qualsiasi attacco contro l’ambasciata all’Avana o la base di Guantanamo. Alla Camera, il Pentagono ha però sostenuto che i servizi segreti cubani rappresentano una minaccia per la sicurezza Usa, anche per la loro capacità di infiltrazione nei paesi della regione.
In questo contesto è difficile emerga un dialogo fruttuoso tra Usa e Cuba. I colloqui sono stati confermati anche dal presidente Diaz Canel che ha annunciato importanti aperture: la possibilità per i cubani residenti negli Usa di investire nell’isola, anche in settori strategici e infrastrutture — a impedirlo rimarrebbe perciò solo l’embargo di Washington; un coinvolgimento dell’Fbi nell’indagine sul conflitto a fuoco provocato dal motoscafo con dieci cubano-americani armati in acque cubane; perfino l’ipotesi di un indennizzo a imprese e privati Usa per nazionalizzazioni e confische di case dopo il 1959 o il loro trasferimento agli inquilini.
Il reclamo delle proprietà è una questione cara all’ala dura di Miami, e rischierebbe di creare caos sociale ed economico sull’isola. Sebbene abbia negato di trascurare le questioni politiche, Rubio ha espresso timori per un collasso del governo cubano perché implicherebbe costi economici per gli Usa e una nuova ondata migratoria incontrollata. D’altro canto, l’attuale amministrazione espelle a ritmi sostenuti i migranti cubani, ai quali ha inoltre revocato il regime migratorio favorevole e reso più difficile il ricongiungimento familiare.
A molti è evidente che il peso delle sanzioni Usa ricade soprattutto sulla popolazione civile, in particolare sui più fragili, e che tutto ciò ha poco a che vedere con libertà e democrazia. Così è crescente la partecipazione alle iniziative nazionali e internazionali di solidarietà nei confronti del popolo di Cuba. L’iniziativa Convoy to Cuba ha raggiunto l’isola con diverse delegazioni cariche di farmaci e beni di prima necessità per riaffermare il valore della solidarietà tra i popoli e l’importanza del diritto internazionale.
In un contesto multipolare e conflittuale, Cuba è tornata al centro della competizione tra grandi potenze: gli Usa vogliono riaffermare la propria influenza nell’emisfero occidentale e non possono tollerare una Cuba castrista legata a Cina e Russia. In questo scenario, le petroliere russe o legate alla Cina dirette verso l’isola — cruciali per il sistema elettrico e quindi per la popolazione — diventano il fulcro dell’attenzione internazionale, mentre le persone e i loro bisogni scompaiono dalla scena. Riappaiono solo quando funzionali alle narrazioni: proteste, sofferenze e rivendicazioni vengono selezionate e amplificate a seconda di chi le racconta. Così, mentre i media di Miami mostrano le proteste per i blackout, quelli cubani danno spazio ai migranti negli Usa che chiedono la fine delle restrizioni su viaggi e rimesse.
Nel frattempo Messico e Brasile, potenze medie della regione, si muovono in equilibrio: non sfidano apertamente il blocco petrolifero per evitare sanzioni, ma inviano aiuti umanitari. È un modo per riaffermare la propria sovranità in un sistema dominato dalle grandi potenze perché, come ha detto il premier canadese Carney, “se non sei al tavolo, sei nel menù”.