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Gli shock petroliferi sono quasi sempre messaggeri di sventure economiche. Cosa ci aspetta?

Mentre l'America osserva da una certa distanza, l'Europa e l'Asia si trovano molto più esposte. La recessione è ormai quasi inevitabile: non è il momento dell'inazione
Gli shock petroliferi sono quasi sempre messaggeri di sventure economiche. Cosa ci aspetta?
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Mio caro lettore, se uno si fermasse a osservare il panorama globale di questo marzo 2026 con l’occhio di chi spera in una placida tazza di tè in giardino, temo che rimarrebbe assai deluso. Il mondo si trova in un predicamento piuttosto spinoso. Non si tratta della solita scaramuccia passeggera, ma di una transizione globale complessa, che non tollera eccezioni: perciò la guerra in Medio Oriente continuerà fino a una qualche forma di sottomissione dell’Iran. Per l’economia mondiale, ciò implica uno “shock d’offerta” prolungato, una faccenda che somiglia molto più a un colpo di bastone tra le ruote che a una semplice fiammata dei prezzi.

La letteratura sugli shock petroliferi ci ricorda che i grandi rincari del greggio sono quasi sempre i messaggeri di sventure economiche. Hamilton (1983, 2009) ha stabilito un “fatto stilizzato”: quasi ogni recessione americana del dopoguerra è stata preceduta da un balzo del prezzo del barile. Kilian (2008) ha affinato il concetto, distinguendo tra i capricci della domanda e i veri e propri schiaffi dell’offerta. Questi ultimi, specie se legati a interruzioni fisiche, sono i più propriamente recessivi. Per darvi un’idea della gravità della situazione, il modello del “net oil price increase” di Kilian mostra che tali shock decurtarono il PIL statunitense di ben 5 punti percentuali durante la crisi finanziaria del 2007-09.

Oggi, la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha colpito al cuore il sistema energetico. L’Iraq ha dichiarato la force majeure, e la produzione della Basra Oil Company è crollata da 3,3 milioni a miseri 900 mila barili al giorno. Con l’Iran che esporta il 90% del suo greggio via Kharg Island — rappresentando circa il 4,5% dell’offerta mondiale — il mercato del gas e del petrolio, a ruota i mercati finanziari, sono in uno stato di agitazione che definire “nervoso” sarebbe un atto di estrema cortesia. Una recessione è ormai quasi probabile.

Mentre l’America osserva da una certa distanza, l’Europa e l’Asia si trovano molto più esposte. In Italia, paese noto per la sua dipendenza dal gas, i prezzi dell’elettricità corrono come levrieri. Secondo Anaya Longaric, Mazzotta e Rossi (2025) della BCE, lo shock energetico non si limita a svuotare il portafoglio dei consumatori e il Pil, ma deprime gli investimenti delle imprese. Ciò rende la crisi strutturale, perché indebolisce la traiettoria futura della produttività.

L’OCSE (2023) ci offre un dato che dovrebbe far riflettere anche il più ottimista degli ottimisti: il 17% della popolazione europea in età lavorativa vive nell’insicurezza economica. Cosa significa? Che non hanno riserve liquide sufficienti per tre mesi in caso di shock(-licenziamento). In Italia, questo “doppio colpo” — meno domanda e meno investimenti — si innesca su una struttura già fragile, fatta di lavoro precario e dualismi territoriali. La situazione sociale appare particolarmente vulnerabile. Istat (2025) stima per il 2024 oltre 5,7 milioni di persone in povertà assoluta (il 9,8% della popolazione). L’Osservatorio Italiano sulla Povertà Energetica (2025) calcola che 2,4 milioni di famiglie (il 9,1% del totale) non riescano a riscaldarsi adeguatamente, un massimo storico assoluto.

Se pensate che il ritorno della crescita nel 2027 risolverà tutto, la letteratura sul mercato del lavoro vi invita a un cauto ripensamento. Bentolila e Jansen (2016) spiegano che gli shock occupazionali lasciano “cicatrici” persistenti: cadute dei risparmi, di salario a lungo termine, e persino effetti negativi su salute e fertilità. Non è solo una questione di conti correnti: anche la salute mentale è in gioco. Farré, Fasani e Mueller (2018), analizzando la Spagna, hanno trovato un nesso causale: un aumento della disoccupazione di 10 punti percentuali porta a un incremento del 3% dei disturbi mentali. La paura delle bollette e il sovraindebitamento sono veleni sottili che corrodono il benessere psichico.

E che dire dell’abitazione? La letteratura sull’housing stress suggerisce che in una recessione guidata dall’energia, la casa diventa un crocevia di pressioni insopportabili tra affitti, mutui e costi di riscaldamento. Busch-Geertsema e colleghi (2010) avvertono che intervenire tardi, quando la casa è già perduta, è immensamente più costoso che sostenere tempestivamente chi è in difficoltà. Perfino la micro-criminalità predatoria tende a muoversi in sintonia con il peggioramento delle opportunità economiche, come dimostrato da Machin e Meghir (2004).

Ora, mio caro lettore, la domanda sorge spontanea: cosa fare? La tentazione di spendere a pioggia è forte, ma l’Italia deve fare i conti con un deficit previsto al 2,8% e un debito al 137% del PIL, che non permette voli pindarici. Occorre proteggere i più vulnerabili. Le istituzioni internazionali, dall’OCSE a Bruegel, concordano: l’aumento della spesa pubblica in funzione anticiclica deve avere tre caratteristiche: protezione mirata, temporanea e tempestiva.

Sgaravatti, Tagliapietra e Zachmann (2023) suggeriscono di concentrare gli aiuti dove esiste una giustificazione chiara, evitando sussidi generalizzati che finirebbero per disperdersi nel nulla: protezione dei redditi bassi o nulli, sostegno rapido contro la morosità, e rafforzamento della sanità territoriale. E tu? Cosa suggerisci?

In conclusione, lo scenario del marzo 2026 possiede tutte le caratteristiche che la letteratura considera pericolose: danni fisici alle infrastrutture energetiche, investimenti in frenata e una base sociale italiana già provata. Non è il momento dell’inazione. La preparazione preventiva – coinvolgendo il terzo settore come infrastruttura relazionale – è l’unica via per evitare che la recessione si trasformi in un disastro sociale. Come direbbe qualcuno più saggio di me, prevenire è meglio che curare.

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