Vittoria di Grégoire, l’economista Gilli: “Parigi come New York: città simbolo della distanza tra élite e realtà. Ma è qui che si forgiano le idee politiche”
“Parigi sarà il cuore della Resistenza contro l’unione delle destre”, dichiarava domenica scorsa Emmanuel Grégoire, appena eletto sindaco di Parigi. Una vittoria netta: 50,5% dei voti, contro il 41,5% della gollista Rachida Dati Anche a New York, il neo sindaco Kwame Mamdani, entrato in carica il primo gennaio, si è presentato come un baluardo contro Donald Trump e la destra radicale americana. Dunque: Parigi come New York? Risponde l’economista Frédéric Gilli, ricercatore associato a Sciences Po. “Parigi e New York occupano una posizione particolare nei rispettivi Paesi. Sono due città-simbolo, luoghi di concentrazione intellettuale, dove si forgiano le idee politiche, ma anche spazi dove la mondializzazione capitalistica in cui viviamo da quarant’anni, contribuendo all’accumulo delle ricchezze nelle grandi città, ha prodotto segregazione ed esclusione sociale. Entrambe vengono percepite come simboli della distanza tra élite e realtà. Può quindi sembrare paradossale che proprio queste due città si proclamino bastioni della Resistenza.
In realtà non c’è nulla di contraddittorio – spiega – . New York, una sorta di enclave europea negli Stati Uniti, detestata in molte aree del Paese, è un laboratorio di modelli alternativi. A sua volta Parigi suscita un rapporto di amore e odio nel resto della Francia: incarna insieme il potere centrale e l’ideale democratico e rivoluzionario francese. È una città nel mondo in cui è sempre stato il popolo a scrivere la storia. In questo senso è pienamente legittimo che il sindaco reclami questo ruolo. Esistono anche altre analogie: sia a Parigi che a New York l’estrema destra è minoritaria; e sia Mamdani sia Grégoire hanno vinto con progetti solidali e “liberali”, nel senso americano del termine. La differenza è che Mamdani è stato eletto più con i voti degli abitanti dei quartieri periferici, il Queens, il nord di Brooklyn e il Bronx, che di quelli di Manhattan. Se traduciamo questa geografia elettorale in Francia, dove Parigi e la sua area metropolitana restano amministrativamente separate, è come se Grégoire fosse stato eletto con i soli voti di Manhattan. Per correggere le davvero tensioni territoriali, Grégoire dovrebbe prendere la testa del Grande Parigi popolare.
Come spiega la fedeltà dei parigini alla sinistra, che governa la capitale da 25 anni?
Per diversi motivi. Innanzi tutto ritengo che i parigini abbiano aderito al progetto di trasformazione urbana portato avanti dalla sinistra, iniziato da Bertrand Delanoë e proseguito con Anne Hidalgo. Inoltre, Parigi ha tradizionalmente un elettorato centrista, di centro-sinistra o di centro-destra. L’eccezione parigina è che il macronismo qui non ha frantumato lo spazio politico centrale, come è accaduto invece a livello nazionale. Gli elettori si sono quindi riconosciuti in Grégoire e nell’unione della sinistra capace di mantenere un profilo moderato. La destra parigina, invece, come accade a livello nazionale, si sta facendo progressivamente più radicale e “trumpista”. A Parigi questa linea non paga. Quanto al candidato del centro mancava di reale consistenza politica.
Come spiega la sconfitta di Rachida Dati?
Penso che i parigini abbiano visto in Rachida Dati il ritorno di una destra affarista, simile a quella degli ultimi anni dell’era Chirac che a Parigi viene respinta. Certo ha pesato anche la sua personalità divisiva, ma soprattutto il suo modo di fare politica a base di eccessi e di fake news. Quella di Dati è una versione “trumpista” della destra, in particolare nel suo rapporto con la verità, pur senza coincidere con una radicalizzazione del posizionamento politico.
Come spiega il risultato al primo turno di Sarah Knafo, la candidata del movimento di estrema destra Reconqûete, che ha ottenuto più del 10%?
L’elettorato di estrema destra è radicato nei quartieri chic del XVI e del VII arrondissement di Parigi, dove Sarah Knafo ha anche ottenuto più del 15-20% dei voti. La borghesia parigina più agiata, tradizionalmente conservatrice, sta progressivamente scivolando verso l’estrema destra. Ma si tratta di una destra più vicina a Reconqûete! che al Rassemblement National, più ideologica che populista.
Queste municipali sono state viste come un test per le presidenziali del 2027. Quale insegnamento nazionale lasciano?
Che nel Paese crescono il ripiegamento identitario e l’insofferenza verso l’offerta politica tradizionale. Ma emerge anche la volontà dei francesi di riappropriarsi del proprio destino, della propria città e del proprio territorio: hanno vinto infatti i candidati capaci di proporre un progetto locale da costruire con gli abitanti e di opporre così un argine all’estrema destra. Il RN, come altre forze reazionarie europea, cresce soprattutto sulla debolezza delle forze politiche democratiche e liberali tradizionali a costruire orizzonti concreti sulle grandi questioni che interessano le persone. Se i partiti tradizionali leggessero questi risultati in chiave puramente politica, nel senso più nobile del termine, ne trarrebbero un insegnamento prezioso. Invece continuano ad analizzarli esclusivamente secondo una logica di calcolo elettorale.