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Discorsi ridondanti, ricchi di digressioni e difficili da arginare. Donald Trump soffre di logorrea? Ecco cosa pensano gli esperti

Ne abbiamo parlato con il professor Claudio Mencacci, psichiatra, copresidente Sinpf (Società italiana di neuropsicofarmacologia) e Direttore emerito di neuroscienze al Fatebenefratelli, Sacco di Milano
Discorsi ridondanti, ricchi di digressioni e difficili da arginare. Donald Trump soffre di logorrea? Ecco cosa pensano gli esperti
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I discorsi pubblici di Donald Trump, spesso lunghi, ridondanti, ricchi di digressioni e difficili da arginare, sono finiti di nuovo sotto la lente di commentatori e medici negli Stati Uniti. Alcuni psichiatri e neurologi, citati dalla stampa anglosassone, hanno ipotizzato che questo stile verbale possa rientrare nella cosiddetta logorrea, un termine clinico che descrive un flusso di parole eccessivo, poco organizzato e difficilmente controllabile. Ipotesi che hanno immediatamente riacceso polemiche etiche e professionali sul fatto se sia lecito parlare di salute mentale osservando discorsi pubblici.

Ma a parte il terreno scivoloso della diagnosi a distanza e in un contesto politico, quando un certo modo di parlare smette di essere uno stile comunicativo e diventa un sintomo clinico? In psichiatria e neurologia il linguaggio è uno strumento diagnostico a tutti gli effetti: orienta l’inquadramento clinico, suggerisce se intervenire e consente di valutare nel tempo l’efficacia delle cure. È su questo piano, rigorosamente scientifico, che abbiamo chiesto un chiarimento al professor Claudio Mencacci, psichiatra, copresidente Sinpf (Società italiana di neuropsicofarmacologia) e Direttore emerito di neuroscienze al Fatebenefratelli, Sacco di Milano.

Logorrea: non una malattia, ma un segnale

La logorrea non è una diagnosi, ma un sintomo – chiarisce subito Mencacci -. E come tutti i sintomi, acquista significato solo se inserito in un quadro clinico più ampio. In psichiatria la si osserva soprattutto nel disturbo bipolare, in particolare durante le fasi maniacali o ipomaniacali, nei disturbi psicotici come la schizofrenia, in alcuni disturbi d’ansia caratterizzati da forte iperattivazione e in specifici disturbi di personalità, soprattutto quello narcisistico e istrionico”.
Ma la logorrea non è esclusiva dell’ambito psichiatrico. “La ritroviamo anche in diversi disturbi neurologici – continua l’esperto – in presenza di disfunzioni dei lobi frontali o temporali, nella sindrome di Tourette e persino nelle fasi iniziali della malattia di Alzheimer”. In questi casi, il linguaggio diventa una spia precoce di un’alterazione più profonda delle funzioni cognitive.

Quando si trasforma in un flusso verbale irrefrenabile

Parlare molto, di per sé, non è una patologia. “Se il linguaggio è accentuato ma volontario, controllabile, coerente e comprensibile, possiamo essere di fronte a uno stile comunicativo, a una forma di entusiasmo o di espansività caratteriale – sottolinea lo psichiatra- il discrimine sta nel controllo. La logorrea clinicamente rilevante emerge quando il flusso verbale diventa irrefrenabile: un eloquio rapido, abbondante, poco organizzato, difficile da interrompere. Spesso si accompagna a una ridotta capacità di ascolto, al passaggio continuo da un argomento all’altro e a un carico emotivo intenso, talvolta travolgente. In questi casi il linguaggio non è più uno strumento di comunicazione, ma un segnale di disorganizzazione interna”.

I segnali che richiedono attenzione medica

Quando preoccuparsi davvero? “Dobbiamo farlo se la logorrea si associa a confusione, a deliri o ad altri sintomi psicotici – avverte Mencacci -. Un altro campanello d’allarme è il cambiamento rapido – talvolta improvviso – del comportamento o dell’umore. In presenza di questi segnali, la valutazione medica non è più rimandabile. Esistono poi forme più gravi di alterazione del linguaggio, come la verbigerazione: una comunicazione stereotipata, automatica, spesso priva di reale scopo comunicativo, fatta di parole o frasi ripetute in modo meccanico. Qui il linguaggio può diventare incomprensibile, povero di contenuto, e lo ritroviamo in patologie severe come le psicosi gravi, le demenze avanzate o alcune encefalopatie”.

Cause organiche, farmaci e sostanze

Prima di parlare di disturbo psichiatrico, la regola è escludere cause mediche. Intossicazioni, ipertiroidismo, assunzione di sostanze stupefacenti o di alcuni farmaci possono alterare in modo significativo il linguaggio. “Basta pensare alle fasi iniziali dell’assunzione di alcol, anfetamine o cocaina – osserva Mencacci – ma anche a farmaci di uso comune come il cortisone o alcuni antidepressivi”. In rari casi, la logorrea può essere legata a specifiche forme di afasia.

Terapia: si cura la causa, non il sintomo

Poiché la logorrea non è una malattia, non esiste una terapia “contro la logorrea” in senso stretto. “Il trattamento dipende sempre dalla patologia sottostante – ribadisce Mencacci -. Nei disturbi bipolari, per esempio, l’intervento farmacologico si basa sugli stabilizzatori dell’umore, con il litio che resta il riferimento principale, spesso affiancato da antipsicotici di seconda o terza generazione. Nei casi in cui prevalgano ansia e agitazione, possono essere utilizzati ansiolitici, sempre all’interno di un inquadramento clinico preciso. Accanto ai farmaci, ma solo nelle fasi di compenso e non in quelle acute, trovano spazio interventi di psicoterapia: dalla psicoeducazione alla terapia cognitivo-comportamentale. Nei disturbi neurologici sono fondamentali anche gli interventi logopedici e di riabilitazione psicologica”.

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