Giorno del Ricordo, Rampelli firma interrogazione parlamentare su 41 istituti: questa pressione sulla scuola va respinta
La mania di sorvegliare e schedare le scuole è ormai una necessità irresistibile per l’Esecutivo che ha istituito il ministero dell’Istruzione e del Merito (sic!) e per i partiti che lo compongono. In tre anni e mezzo di governo, innumerevoli episodi testimoniano il controllo che le forze di governo si sentono in diritto e dovere di esercitare sulla scuola della Repubblica. L’ultimo episodio risale a qualche giorno fa, quando – il 12 marzo – è stata depositata un’interrogazione parlamentare, il cui primo firmatario è Fabio Rampelli, Fratelli d’Italia, vicepresidente della Camera, insieme ad un’altra decina di colleghi di partito, in cui si denunciano 41 istituti scolastici che non avrebbero partecipato il 10 febbraio alle iniziative della Giornata del Ricordo, dedicata al tragico accadimento delle Foibe.
Il parlamentare, fedelissimo della presidente del Consiglio, ha stilato una lista degli istituti rei di aver ignorato la commemorazione, chiedendo al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, di procedere con le verifiche. In occasione del ‘Giorno del Ricordo’, si legge: “[…] il Ministero invita le istituzioni scolastiche, anche in considerazione della rilevanza attribuita al tema della ‘centralità della persona’ nelle Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, a promuovere momenti di riflessione sul significato e sul valore della ricorrenza”. Sia detto tra parentesi: la centralità della persona è un principio di cui la Costituzione italiana (artt. 2, 3, 4, 32) è pervasa; la Repubblica, infatti, riconosce i diritti inviolabili dell’uomo e si fonda sul lavoro come strumento di dignità e sviluppo. Perché, allora, questo sacrosanto principio è stato rimosso per quel che riguarda il genocidio a Gaza (che peraltro non è cessato) o la situazione in Cisgiordania?
Perché gli attacchi unilaterali alla sovranità di altri paesi, con il loro carico raccapricciante di morti civili, non vengono posti sotto osservazione? Perché, inoltre, reprimere l’attività dell’Osservatorio contro la militarizzazione, o ignorare i Comitati contro l’Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, che proprio sulla dignità della persona fondano la propria attività? Perché, infine, non si riserva altrettanta attenzione da parte del Governo alle donne e agli uomini che sono morti affinché altri donne e uomini redigessero la Carta nella quale campeggia questo principio? La memoria non è double face: costruzione versus disciplinamento collettivi.
L’interrogazione poi procede ad elencare i nomi delle scuole che non avrebbero dato “adeguato seguito alle suddette iniziative”, a cui si aggiunge la lista degli istituti romani in cui “sarebbero stati totalmente ignorati gli indirizzi previsti da due leggi dello Stato”. Nei loro confronti si chiede al ministro “se intenda assumere iniziative di competenza affinché le istituzioni scolastiche adempiano alla commemorazione”. Entrambe le leggi cui si fa riferimento (quella che, 92/2004, ha istituito la Giornata del Ricordo; la successiva modifica, 16/2024) non prevedono alcun obbligo.
Il fatto desta preoccupazione non solo perché conferma il clima di intimidazione e di sospetto che questo Governo dimostra nei confronti della scuola e delle università pubbliche. Del resto, è cosa nota che la stretta securitaria si accompagna tradizionalmente e storicamente alla compressione dello spazio di libertà di espressione; non a caso la Costituzione destina alle sedi della trasmissione del pensiero e della cultura il comma 1 dell’art. 33: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. La domanda che sorge spontanea, inoltre, è: quali informatori hanno fatto pervenire a Rampelli l’elenco (che sarebbe stato stilato sulla base di “testimonianze raccolte”)? Perché essi non brillano certamente per precisione: l’indagine risulta pretestuosa e raffazzonata, considerando anche i numerosi errori contenuti nella lista delle scuole “indagate”, almeno a Roma. Uno per tutti: non esiste il liceo scientifico Giovanni Vivona (peraltro non esiste un personaggio storicamente o culturalmente rilevante con tale nome); esiste, invece, un liceo classico Francesco Vivona: quello presso il quale io insegno, tra l’altro.
Il rocambolesco allarme ha immediatamente trovato zelanti e sensibili orecchie. Nella stessa data dell’interrogazione, l’Ufficio Scolastico Regionale del Lazio ha fatto pervenire alle scuole la richiesta di dimostrare quanto prima “se vi sia stata ad opera dell’istituzione scolastica un’adeguata diffusione e quali iniziative siano state intraprese in occasione del Giorno del Ricordo”, firmata dalla direttrice generale, Anna Paola Sabatini. Non penso sia utile entrare nel merito di come e quanto le scuole messe sotto inchiesta abbiano o meno svolto riflessioni o attività durante il Giorno del Ricordo. Nel mio liceo, nell’ambito delle attività di un ottimo dipartimento di Storia e Filosofia, come tutti gli anni il tema è stato affrontato, cercando – con onestà intellettuale – di tracciarne una rappresentazione storicamente determinata, certamente scevra da autoassoluzioni e manipolazione di dati che spesso hanno caratterizzato certe narrazioni sul tema, puntualmente smentite dagli storici della Resistenza.
Il punto è un altro: la non tassatività della legge – e di conseguenza l’inopportunità dell’interrogazione – è determinata dal principio della libertà dell’insegnamento, che evidentemente non va giù all’onorevole Rampelli e ai suoi sodali: sono gli organi collegiali che hanno la responsabilità di programmare le attività didattiche e progettuali, comprese le modalità di adesione alle ricorrenze civili, nel rispetto delle indicazioni ministeriali, ma senza un obbligo puntuale di svolgimento di specifiche cerimonie.
La pressione asfissiante sulla scuola che le forze di maggioranza stanno producendo non può passare inosservata e deve essere respinta nella maniera più tassativa: persino il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli, ha considerato irricevibile il contenuto dell’interrogazione. Qui però – tra le varie voci – voglio evidenziare quella degli studenti e delle studentesse del Liceo Socrate, uno degli istituti romani sotto accusa: “ (…) Sentiamo il bisogno di rispondere. Non per difenderci, perché non dobbiamo, ma per affermare chiaramente una posizione. La scuola non è un luogo da controllare. È uno spazio vivo, attraversato ogni giorno dalle menti che scriveranno il domani. È, o dovrebbe essere, il luogo dove si forma un pensiero critico, non dove si impara ad obbedire. Ci viene chiesto di “aderire” a una giornata di ricordo. Ma il ricordo non può essere imposto per decreto, né si può misurare con un elenco. Nessuno di noi nega la storia e gli eventi delle Foibe o il dolore e le conseguenze che essi possano rappresentare. (…) Quando la Memoria diventa propaganda, smette di essere Memoria. Ciò che rifiutiamo non è il ricordo, ma la sua strumentalizzazione. Non è la storia, ma la sua manipolazione. Non è il confronto, ma l’imposizione”. Applausi.
Infine un’ultima suggestione: il 21 marzo è stata la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie. Una ricorrenza che dovrebbe stare a cuore all’Esecutivo, in assoluto e – in particolare – in un momento in cui esponenti del governo si trovano al centro di una situazione a dir poco scomoda. Aspettiamo ansiosamente una nuova interrogazione, con la lista degli inadempienti. Ma dubitiamo che ciò avverrà.