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Le bombe a grappolo dell’Iran su Israele: così Teheran vuole massimizzare i danni e risparmiare sull’arsenale già ridotto

Teheran sfrutta le falle dell'Iron Dome con munizioni a frammentazione e missili balistici. Tra costi esorbitanti degli intercettori e danni certi alle città, il conflitto si trasforma in una logorante guerra che mette alle strette la difesa israelo-americana
Le bombe a grappolo dell’Iran su Israele: così Teheran vuole massimizzare i danni e risparmiare sull’arsenale già ridotto
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Nel corso di questa guerra, scatenata dall’aggressione militare israelo-americana all’Iran, quest’ultimo ha fatto crescente ricorso alle bombe a grappolo contro Israele. Non è la prima volta che Teheran le utilizza sul territorio israeliano: era già successo durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, e meno di un anno prima era stato proprio Israele ad usarle in Libano – anche in quel caso per la seconda volta, dopo quella nel 2006, e in ambo i casi bombardando anche con il fosforo bianco su aree abitate.

Le bombe a grappolo sono armi vietate dal diritto bellico, più precisamente dalla Convenzione di Oslo del 2008, che conta 111 aderenti – tra cui lo stesso Libano, ma anche l’Italia – ma nessuno tra Stati Uniti, Russia, Ucraina, Israele e Iran. Nel 2023, gli Stati Uniti hanno venduto bombe a grappolo all’Ucraina, che a sua volta ha accusato la Russia di averle usate sul proprio territorio. Se Israele nel sud del Libano le sganciava dai suoi F-35, l’Iran – tra questa guerra e quella dello scorso giugno – le ha montate sulla testa di alcuni suoi missili balistici, come l’Emad, il Ghadr e il Khorramshar, che al rientro nell’atmosfera si sono dimostrati in grado di rilasciare fino ad 80 submunizioni su un’area di oltre 13 chilometri quadrati, causando diffusi danni ed almeno due morti accertati e decine di feriti, secondo quanto riferito dalle autorità israeliane. Normalmente le submunizioni rilasciate pesano circa 5 kg, ed hanno ciascuna più o meno la potenza di una granata. Non è però la forza d’urto a renderle controverse bensì, come si può intuire, la loro capacità di diffondersi rapidamente in ampi spazi – da cui deriva in parte la difficoltà ad intercettarli.

Nel caso israeliano, se gli intercettori adatti ai missili balistici a lungo raggio – come i Thaad americani o i sistemi Arrow – non riescono a colpirli al di fuori dell’atmosfera, il rischio che il missile vi rientri e rilasci le munizioni a grappolo aumenta sensibilmente: a quel punto, una volta disperse, è tecnicamente impossibile per i sistemi come Iron Dome – adatto invece a munizioni di calibro minore rispetto ai sopracitati, come quelle usate da Hezbollah dal sud del Libano – intercettarle tutte. Anche per questo motivo negli ultimi giorni sono aumentate sensibilmente le immagini di danni rilevanti nelle città israeliane. Non tutte le submunizioni, inoltre, esplodono all’impatto, rimanendo inesplose e costringendo a lente e costose operazioni di rimozione.

In quanto paese aggredito, alle prese con una guerra imposta che ha ormai assunto natura esistenziale, che ha subito pesanti bombardamenti su infrastrutture militari, energetiche, ospedaliere, scolastiche, civili in genere, e pianto già migliaia di vittime, è immaginabile che l’Iran intenda massimizzare i danni che può provocare con il minore spreco di missili del suo ampio ma diminuito arsenale, nonché peggiorare il rapporto costi-benefici che fin qui ha di fatto accettato Israele. In termini umani, economici e psicologici, se è vero che esiste il dilemma per cui, da un lato, usare un missile intercettore per ogni submunizione non è sostenibile, e ne riduce la disponibilità di fronte al rischio che l’Iran utilizzi più avanti i missili più sofisticati del suo arsenale, ma dall’altro accettarne gli impatti può risultare una scelta disastrosa da diversi punti di vista.

L’Iran, in questo senso, sa che potrebbe bastare un singolo missile al giorno, ogni giorno – quindi molto meno dei pur declinanti lanci giornalieri iraniani – per produrre dei danni certi, o per costringere la popolazione israeliana nei bunker ventiquattro ore al giorno. In generale, lo sforzo bellico iraniano è molto meno dispendioso di quello israelo-statunitense, è ciò contribuisce alle ragioni per cui Teheran è disposta a resistere. Solo nelle prime due settimane di guerra – cioè prima dei bombardamenti iraniani più distruttivi sulle città israeliane, e su infrastrutture speculari a quelle colpite da Tel Aviv in Iran – si è assistito alla distruzione di un radar americano in Qatar, dal costo di 1,2 miliardi di dollari, da parte di un drone iraniano che ne costa circa 6 mila. Più in generale, secondo la Bbc, a danni per oltre 800 milioni di dollari (altre stime, perlopiù turche, parlano di oltre 2 miliardi) nelle varie basi americane della regione. Escludendo quindi, quelli in Israele, che come noto non rivela questo tipo di informazioni e punisce severamente chi mostra immagini degli impatti o dei danneggiamenti subiti.

Il quadro è ancora più problematico nel rapporto che esiste tra disponibilità di missili iraniani – al netto dei bombardamenti americani su lanciatori e centri di produzione, il cui impatto è difficile da valutare – e di intercettori israelo-americani. Un singolo intercettore Thaad, per esempio, costa circa 13 milioni di dollari. La Lockheed Martin ne produce meno di 100 ogni anno, mentre sono un migliaio gli intercettori – dal costo di varie centinaia di dollari l’uno – prodotti per Iron Dome nello stesso periodo. Di riflesso invece, secondo stime israeliane, i missili iraniani – che si aggiungono agli economici droni, che vanno intercettati a loro volta – hanno un costo medio di produzione di circa 1,5 milioni. E – perlomeno prima dell’inizio dei bombardamenti israelo-statunitensi su un numero imprecisato di fabbriche missilistiche – vengono prodotti nell’ordine di varie centinaia, o fino a mille in un solo mese.

Sebbene l’impiego di munizioni a grappolo sia ormai una costante del conflitto, la geografia del loro utilizzo rivela strategie divergenti. Mentre l’Iran le ha integrate stabilmente per colpire in profondità il territorio israeliano e saturare i vari sistemi di difesa aerea, la risposta di Israele ha seguito finora una direttrice diversa. Le forze di Tel Aviv hanno fatto ricorso massiccio a queste armi soprattutto nel sud del Libano, con l’obiettivo di bonificare ampie aree di lancio di Hezbollah, mentre per i raid sul suolo iraniano – focalizzati su siti nucleari, petroliferi e infrastrutture di comando – l’aeronautica israeliana e il Pentagono sembrano prediligere armamenti a guida laser e munizioni speciali progettate per penetrare bersagli corazzati o situati in profondità nel sottosuolo. Si delinea così un paradosso tattico: se in Libano le submunizioni israeliane cadono su aree spesso abitate da civili, in Israele sono i missili di Teheran a trasformare le città in campi minati urbani, rendendo pericolosamente labile la distinzione tra obiettivi militari e centri abitati.

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