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Iran-Usa, il Pakistan pronto a mediare. La strategia del premier per “ripulire” Islamabad e la vicinanza delle forze armate a Trump

Il possibile ruolo nasce da un equilibrio delicato: relazioni aperte con Teheran, canali privilegiati con Washington e la necessità di rafforzare il proprio peso internazionale in un contesto regionale sempre più instabile per lo scontro con l'Afghanistan
Iran-Usa, il Pakistan pronto a mediare. La strategia del premier per “ripulire” Islamabad e la vicinanza delle forze armate a Trump
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Stando a due recenti report appena pubblicati, nel 2025 il Pakistan è stato il Paese più colpito dal terrorismo internazionale e quello più inquinato. Da qualche settimana, inoltre, è protagonista di uno scontro militare sempre più acceso con l’Afghanistan. Forse anche per scrollarsi di dosso questi fardelli così pesanti, Islamabad sta provando a prendersi la scena internazionale, proponendosi come sede di eventuali colloqui di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran.

La conferma è arrivata dal primo ministro pachistano, Shehbaz Sharif, che ha dichiarato come il Paese asiatico sia pronto a giocare un ruolo da mediatore. È tutt’altro che scontato che un tavolo negoziale venga imbastito nel breve periodo, nonostante la fuga in avanti del presidente statunitense Donald Trump, che ha parlato di un dialogo aperto con l’Iran, subito smentito da Teheran. Qualora però ciò avvenisse, il Pakistan avrebbe effettivamente le carte in regola per agire da intermediario. Tra i primi elementi a saltare all’occhio vi è il fatto che il Paese è uno dei pochi dell’area a non essere stato colpito direttamente da missili o droni lanciati dal territorio iraniano in risposta agli attacchi da parte di Usa e Israele.

Dal punto di vista identitario, va inoltre sottolineato come la seconda più grande comunità sciita al mondo – seppur minoritaria – si trovi proprio sul territorio pachistano. L’Iran, infatti, è il principale punto di riferimento globale dello sciismo, una delle due correnti dell’Islam insieme al sunnismo. Sul fronte diplomatico, il Pakistan è ufficialmente incaricato di rappresentare gli interessi dell’Iran negli Stati Uniti, in assenza di una rappresentanza ufficiale della Repubblica Islamica sul territorio statunitense.

Entrando in un terreno più propriamente politico, a risaltare è la figura del generale Asim Munir, capo delle forze armate pachistane e sempre più influente nel contesto interno. Munir è molto vicino a Trump: negli ultimi mesi i due si sono incontrati in varie occasioni e, a giugno 2025, è stato il primo capo militare del Paese asiatico a essere ospitato alla Casa Bianca non in veste di leader politico. Già durante quell’incontro, durato più di due ore, il leader statunitense sottolineò la profonda conoscenza del contesto iraniano da parte di Munir. Quest’ultimo ha di recente avuto un colloquio telefonico con il presidente statunitense, a cui è seguita, a stretto giro, una conversazione tra Sharif e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Washington e Teheran non si parlano direttamente, ma Islamabad sta cercando di accorciare le distanze.

D’altronde, il Pakistan intrattiene buoni rapporti anche con l’Iran. Dopo il lancio di missili da parte iraniana nei confronti dell’Arabia Saudita, le autorità pachistane hanno espresso parole di supporto a Riad, a cui Islamabad è legata da un accordo strategico di mutua difesa. Ciò non impedisce, tuttavia, una certa vicinanza con la Repubblica Islamica: dopo gli attacchi dello scorso anno, Sharif e Munir effettuarono una visita ufficiale in Iran per incontrare alti funzionari locali. Si tratta di un bilanciamento geopolitico delicato. Anche alla luce del già citato conflitto militare in corso con l’Afghanistan, per il Pakistan è fondamentale tenere sotto controllo quanto accade alla sua frontiera occidentale, per evitare ulteriori destabilizzazioni. Va ricordato che nel 2024 tra Iran e Pakistan sono stati lanciati missili lungo il confine, in un’escalation poi rapidamente rientrata anche grazie alle pressioni della Cina, che vanta rilevanti interessi economici e logistici in entrambi i Paesi.

Un eventuale ruolo di primo piano del Pakistan nella risoluzione dell’attuale crisi mediorientale sarebbe fumo negli occhi per l’India. Una soluzione diplomatica andrebbe anche a vantaggio di Nuova Delhi, per la quale la sicurezza dei rifornimenti energetici è cruciale, ma un successo di Islamabad farebbe naufragare definitivamente la strategia di isolamento del rivale storico perseguita dal primo ministro Narendra Modi. A inizio febbraio, l’India e gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo commerciale ad interim che ha alleggerito il peso di alcuni dazi sulle esportazioni indiane, ma si tratta di un equilibrio precario. Perdere ulteriore terreno nei confronti del Pakistan nel rapporto con Washington rappresenterebbe un duro colpo per Nuova Delhi.

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