I giovani hanno trascinato il No al referendum: a sorprendermi ormai è lo stupore degli adulti
C’è un luogo comune duro a morire: quello che racconta i giovani italiani come distratti, superficiali, chiusi tra una partita alla PlayStation e un video su TikTok. Un racconto comodo, ripetuto spesso, che rassicura chi lo pronuncia più di quanto descriva davvero la realtà. Eppure, ogni volta che arriva un momento importante, accade qualcosa che smentisce tutto questo. E, puntualmente, molti restano sorpresi. È successo durante l’alluvione in Romagna, quando migliaia di ragazzi si sono trasformati negli “angeli del fango”, spalando, aiutando, ricostruendo in modo davvero commovente. È successo con le mobilitazioni per il clima, con le piazze riempite da milioni di giovani attivisti determinati a chiedere responsabilità e futuro.
Ma è successo anche in tanti altri momenti, spesso lontano dai riflettori: durante la pandemia, in silenzio, con reti diffuse di volontariato e supporto agli anziani e ai più fragili; nell’accoglienza dei profughi ucraini, con raccolte, assistenza e disponibilità concreta; nelle battaglie per i diritti civili e contro la violenza di genere; nella difesa della legalità a fianco di Libera e altre associazioni; e, non ultimo, attraverso il Servizio Civile Universale: dal 2001 ad oggi sono oltre 700mila i giovani che hanno dedicato tempo ed energia in questa vera e propria palestra di impegno e partecipazione, dalla quale si sono diffusi sensibilità e valori che riemergono ogni volta che conta.
Non sempre sono tutti, certo. Ma ogni volta sono tanti. E soprattutto non è un’eccezione: è qualcosa che si ripete, con una regolarità che dovrebbe ormai farci riflettere.
Ed è successo ancora oggi, guardando ai dati del referendum sulla giustizia: tra i 18 e i 28 anni la partecipazione è stata alta, quasi due su tre sono andati a votare, e il 58% ha scelto il “no”, mostrando attenzione, consapevolezza e una sensibilità verso i principi costituzionali che rincuora e che molti adulti, forse, non si aspettavano.
A stupirmi, ormai, non sono più i giovani. È lo stupore degli adulti. Perché continuiamo a sorprenderci? Forse perché ci ostiniamo a guardarli con categorie vecchie, incapaci di cogliere la complessità di una generazione che sa essere leggera e ironica, ma anche profondamente seria quando serve. Che sa divertirsi, certo, ma anche riconoscere i momenti in cui è necessario esserci.
I giovani non sono meno impegnati: sono impegnati in modo diverso. Non meno attenti: forse, semplicemente, attenti ad altro, e con linguaggi nuovi che fatichiamo a comprendere. E allora forse il punto non è chiedersi se i giovani siano all’altezza del futuro. Forse dovremmo chiederci se siamo noi adulti in grado di capirli davvero. Perché, se imparassimo a guardarli senza pregiudizi, ci accorgeremmo che, ogni volta che conta, loro ci sono. Ed è proprio questo che dà speranza. Non una speranza ingenua o retorica, ma concreta, testata nei fatti: la consapevolezza che il futuro è già in buone mani.
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