La strategia in Iran? È interessante vedere come la pensano al Cremlino
La Strategic Culture Foundation è una rivista online diretta dal Servizio di Intelligence Estero russo (SVR) e affiliata al Ministero degli Affari Esteri russo. Dopo l’attacco criminale e illegale contro l’Iran da parte di Usa e Israele; dopo le solite, roboanti, contraddittorie affermazioni di Trump sull’esito rapido del blitz (“due o tre giorni”, “quattro o cinque settimane”, “non ho limiti di tempo”: un documento interno del Pentagono, riportato da Politico, rivela: “fino a settembre”); dopo la solita filastrocca di pretesti (prima le capacità nucleari, poi i missili balistici, poi il cambio di regime, poi l’affondamento della flotta iraniana: “Non c’è un obiettivo, non c’è un piano strategico, non c’è una tempistica”, sintetizza Mark Kelly, senatore Dem); diventa interessante vedere come la pensano al Cremlino.
L’Iran si sta difendendo con una strategia a lungo termine, spiega la rivista, illustrandone le tattiche.
1) Dopo Khamenei, in Iran adesso c’è un comando decentralizzato (cellule operative, piano di successione a quattro livelli).
2) L’Iran sta lanciando ondate di economici droni sacrificali per esaurire su scala industriale le batterie Patriot e i sistemi missilistici Thaad. Usare tre Patriot (9,6 milioni di dollari) per abbattere un singolo drone iraniano è insostenibile nel lungo periodo.
3) Caos economico-energetico. Solo nei primi 4 quattro giorni di guerra sono evaporati dai mercati globali 3.200 miliardi di dollari (a oggi il totale s’aggira sui 5 trilioni di dollari, e la stima è prudente). Lo Stretto di Hormuz è chiuso “ai nemici dell’Iran” (quindi non alle navi russe e cinesi), bloccando almeno il 20% del fabbisogno petrolifero mondiale. L’intera produzione di gas naturale liquefatto del Qatar è ferma, e il secondo giacimento petrolifero dell’Iraq è stato chiuso. Colpendo non solo le basi militari statunitensi, ma anche gli interessi economici nel GCC (Consiglio di Cooperazione del Golfo, organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman), l’Iran ha innescato una bomba a orologeria contro il petrodollaro, facendo contenta la Cina.
La fragilità strutturale del GCC, il cui modello di business si regge interamente sul petrodollaro in cambio della protezione militare americana, è emersa in tutta la sua evidenza già nei primissimi giorni del conflitto. Fra le prove più tangibili le bombe su Dubai e la distruzione del radar AN/FPS-132 (valore: 1,1 miliardi di dollari) nella base aerea di Al Udeid in Qatar.
4) Il ruolo della Russia. Il corridoio aereo Astrakhan-Teheran rifornisce l’Iran di componenti per sistemi di difesa aerea, moduli radar, sistemi idraulici per lanciatori di missili e sistemi di guerra elettronica avanzata (il Krasukha-4IR) in grado di disturbare i radar dei droni statunitensi. Parte del carico arriva anche tramite il Caspio. A breve l’Iran dispiegherà batterie di missili terra-aria S-400 a lungo raggio con cui controllerà fino al 70% del proprio spazio aereo.
5) Il ruolo ambiguo della Turchia. La Turchia è un paese Nato, ma due mesi fa il Mit (l’intelligence turca) ha avvertito i Pasdaran di movimenti di milizie curde al confine iracheno-iraniano.
6) Il gasdotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan, che trasporta greggio azero dal Caspio al Mediterraneo) è un potenziale obiettivo iraniano, insieme al gasdotto saudita Est-Ovest e alle piattaforme offshore irachene da 3,5 milioni di barili al giorno.
L’obiettivo finale dell’Iran, conclude la rivista, è espandere il conflitto e prolungarlo in modo da rendere lo stress economico-politico insostenibile per gli Usa e i suoi alleati, puntando alla fine del petrodollaro per aprire al petroyuan o a un paniere di valute BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica e paesi associati). “Scaccomatto”, ricorda la rivista, viene dal persiano Shah Mat: il re è impotente. In effetti, Trump sta già rinculando. Ve l’avevo detto che la propaganda russa è interessante.