Referendum giustizia, Meloni e la destra hanno perso. Il campo progressista non ha ancora vinto
La vittoria del No al referendum è la vittoria della Costituzione del 1948: lo dicono i sondaggi post voto. Secondo Youtrend, Il 61% dei quasi 14 milioni e mezzo di elettori che hanno votato No lo hanno fatto per difendere la Carta che la riforma avrebbe stravolto. Soltanto il 31% di loro ha espresso un voto contro il governo Meloni. Il 54% degli interpellati ha risposto che Meloni deve continuare a governare. Sbaglia dunque chi attribuisce alla vittoria referendaria un significato strettamente politico e addirittura una sorta di preventiva investitura del campo largo a conquistare il governo del Paese. Guai quindi a considerare acquisiti al campo progressista i voti che hanno bocciato la riforma Nordio. Alle politiche si giocherà tutt’altra partita. Gli elettori di destra che hanno scelto il No usciranno dal campo progressista. Torneranno a votare per l’attuale maggioranza di governo. La politica è politica, non è aritmetica.
L’alleanza progressista rimane da costruire. Il punto cruciale lo ha colto Giuseppe Conte, chiedendo di definire il programma comune di governo entro il cui perimetro dovranno confluire i partiti che vi si riconosceranno. Da lì, le primarie di coalizione “per scegliere il candidato o la candidata – ha detto Conte – che avrà maggiori probabilità di battere la destra”. Si fanno voti che all’opposizione non si accendano le consuete risse e ci si astenga dai venefici, pelosi “distinguo”, evitando le mine delle contrapposizioni di carattere personale. I “riformisti” del Pd (Picierno e soci) che hanno sostenuto entusiasticamente il Sì prendano atto che Schlein esce rafforzata all’interno del Pd. Toccherà alla segretaria neutralizzare queste quinte colonne della destra. O accompagnarle alla porta. Se le ambiguità nel Pd non venissero sciolte chi è tornato in massa alle urne per il No rientrerà nelle retrovie dell’astensione. Per dirla facile: Meloni e la destra hanno perso. Il campo progressista non ha ancora vinto.
La batosta referendaria tuttavia non sarà priva di effetti sul governo. In un video dai toni sommessi, quasi di scusa, alla Ferragni, Meloni ha detto di aver preso atto della volontà degli italiani ma che andrà avanti per rispettare il mandato elettorale che l’aveva issata a palazzo Chigi. Meloni è un’anatra zoppa e potrebbe valutare persino di anticipare il voto delle politiche. Prima che, esauriti i fondi del Pnrr e fatti i conti (in rosso) della guerra di Trump e dell’impennata dei prezzi dell’energia, in autunno l’Italia piombi in recessione. Nel frattempo dovrà fare i conti con i casi spinosi (Delmastro, Nordio, Bartolozzi) che hanno messo il piombo alle ali della propaganda per il Sì. Archiviato il senso profondo della sconfitta referendaria (“la Costituzione non si tocca. I giudici non devono essere sottoposti al controllo del governo”) la destra deve valutare che molti italiani non approvano la politica del governo: Gaza, la guerra di Trump, l’appiattimento dell’Italia agli interessi degli Usa, l’adesione al piano di riarmo europeo che costerà lacrime e sangue ai contribuenti. Persino il Sud e i feudi elettorali governati da Forza Italia (Calabria e Sicilia) nonché Campania e Puglia, rette dal centrosinistra, hanno voltato le spalle al governo, votando in massa per il No. Come le grandi città del Nord: a Genova il No è al 64%, Napoli addirittura al 75%. Al Sì sì sono andate soltanto tre regioni: Lombardia (ma non Milano) Veneto e Valle d’Aosta.
Si inceppa e probabilmente muore il percorso di riforme istituzionali che sarebbe dovuto culminare nel premierato. Perdono vigore gli interventi di Nordio sulla giustizia: abolizione del reato di abuso d’ufficio, lo svuotamento del reato di traffico di influenze (fattispecie di pertinenza di politici e faccendieri assorti), i preavvisi di arresto e di perquisizione, la stretta alle intercettazioni, la sostanziale neutralizzazione della Corte dei conti (art 100 della Costituzione), i decreti sicurezza in violazione della Carta (art 16, 17 e 18) che garantisce la libertà di associazione, riunione pacifica ed espressione del pensiero. Tutto torna in discussione.
Va a picco il disegno tripartito che prevedeva la riforma Nordio della giustizia imposta da Forza Italia agli alleati, la legge elettorale con premio di maggioranza sponsorizzata da Fratelli d’Italia come punto di arrivo della trasformazione del paese sul modello dell’Ungheria di Orban, e infine l’autonomia differenziata della Lega di Salvini. Entrano in crisi gli equilibri all’interno della maggioranza. Si prospettano sanguinose rese dei conti. Meloni non è più imbattibile. Tocca al centrosinistra non sprecare l’ennesima occasione per tornare a governare il Paese.