Cuba al buio: il blackout totale piega l’isola. Il piano di Trump per gli investimenti, dal turismo all’export
Più di ventiquattro ore senza elettricità. Quello di sabato è stato il secondo blackout totale, per Cuba, in una settimana. E il terzo da quando Donald Trump ha imposto il blocco petroliero sull’isola, dove – come sostiene il leader dell’Avana Miguel Díaz-Canel – da “tre mesi non arriva un’imbarcazione con combustibile”. Questa volta a saltare è stata “sesta unità” della località di Nuevitas, provocando un “effetto a cascata sugli impianti in linea”, si legge sull’account X di “Unión eléctrica de Cuba”, fornitore energetico nazionale, che assicurava l’avvio dei “protocolli” per il ripristino del servizio. All’alba di domenica il 90% dei cittadini era ancora senza elettricità.
I più colpiti sono gli ospedali. “Si fa il possibile, proprio come nei teatri di guerra”, commenta Juana Moreno, infermiera, 43 anni. “Non si registrano pazienti deceduti a causa dei blackout, ma è un timore costante. E mancano le medicine, che alcuni degenti condividono tra loro”, dice a Telemundo Martín Hernández Isas, ematologo, che ogni giorno percorre 32 chilometri per raggiungere il posto di lavoro, cioè l‘Instituto di hematología e immunologia dell’Avana. L’America Latina osserva con preoccupazione quella che il deputato messicano di Morena – il partito progressista di Claudia Sheinbaum -, Luis Humberto Fernández, definisce l’attuale crisi come “la peggiore” nella storia di Cuba. Quasi il 90% della popolazione è in povertà e, da settimane, il malcontento si manifesta nelle strade: cortei, proteste, atti vandalici.
Escluso l’intervento militare degli Stati Uniti, almeno per il momento. “Non è previsto”, ha detto il comandante Francis Donovan (SouthCom) interpellato giovedì al Congresso Usa. In realtà crisi e sofferenza del popolo servono a Washington per inchiodare il regime dell’Avana sul tavolo dei negoziati. Ma la posta in gioco è più affaristica che politica. Fonti vicine al dossier sostengono che l’amministrazione Trump sia più concentrata sul controllo Usa su settori come il turismo, l’energia e persino l’export di alimenti.
Un primo segnale di apertura è stato il via libera agli investimenti dei cubani residenti all’estero nell’isola, annunciata il 16 marzo dal numero due dell’Avana, Oscar Pérez Oliva, nipote di Raúl e di Fidel Castro. “Cuba è aperta a una relazione fluida con le imprese statunitensi” e “anche con i cubani che risiedono negli Usa e i loro discendenti”, ha detto Pérez-Oliva a Nbc News, aprendo anche a investimenti “infrastrutturali”. Nei piani Usa pare sia previsto lo sbarco di catene alberghiere quali Marriott, Hilton e Hyatt, pronte a spiazzare quelle già presenti (Melìa, Iberostar e altri brand messi alle strette dalla crisi).
L’Avana conosce bene le ambizioni dell’attuale presidente Usa. A fine anni Novanta la Trump Organization aggirò l’embargo Usa per esplorare eventuali investimenti a Cuba (68mila dollari spesi, messi a bilancio come aiuto umanitario) e nel 2008 fece richiesta per introdurre il suo marchio all’Avana, con licenza dal 2010 al 2008.
Accordo vicino, ma sempre a rischio, considerato il carattere volatile del tycoon e la sua esigenza di portare a casa un risultato politico, cioè la caduta di Díaz-Canel, anche lasciando intatta la presenza dei Castro e la struttura militare. In pratica, il governo reale. Non si discute infatti sulla presenza di Raúl Castro all’Avana, che ha già espresso il desiderio di poter “morire nell’isola”. E non è nemmeno chiara la posizione dei Castro sulla permanenza al potere di Díaz-Canel, blindata in pubblico dai proclami di resistenza ma trattabile per i settori più pragmatici del regime. Al suo posto gli Usa vorrebbero una figura come quella dello stesso Pérez-Oliva.
L’esito della trattativa dipenderà in parte dalle capacità di mediazione sul fronte cubano, guidato da un altro nipote dei Castro, il 41enne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, in prima fila quando Díaz-Canel è intervenuto pubblicamente per confermare le trattative in corso. Raúl Guillermo è più concentrato sugli affari che sulla Revolución in sé. Ed è più affine allo stile di vita di Miami, che a quello dell’Avana. Il suo inedito protagonismo è dovuto all’influenza – ereditata dal padre Luis Alberto Rodríguez López-Calleja – sull’impresa pubblica Gaesa, Grupo de administración empresarial sociedad anónima, che gestisce i principali asset dell’isola. Proprio quelli che interessano agli Usa. L’Avana tratta con Washington, dunque, e si presenta indebolita dalla crisi, ma comunque in piedi, grazie anche al sostegno di alleati come Cina, Colombia, Brasile, Messico e Russia.