Fomentare gli oppositori in Iran e fare crollare il regime: il piano fallito di Trump e Netanyahu
Stati Uniti e Israele volevano, speravano, che la guerra scatenata contro l’Iran avrebbe dato la spinta necessaria agli oppositori degli Ayatollah per rovesciare il regime e determinarne la fine. Oppositori che, peraltro, sono stati massacrati a gennaio, durante le proteste antigovernative represse con la più grande violenza nella storia della Repubblica islamica. Ma giunti al 24esimo giorno di conflitto, il piano sembra non essere riuscito. Lo scrive il New York Times, che ha parlato a condizione di anonimato con oltre una decina di funzionari americani, israeliani e di altre nazionalità. Intanto, sul fronte interno, il regime continua a mostrare il pugno duro nei confronti di chi auspicava un cambio e sta procedendo con le prime esecuzioni: la scorsa settimana sono stati impiccati tre uomini condannati per l’omicidio di due agenti di polizia durante i disordini, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni per i diritti umani come Hengaw, che temono che Teheran stia intensificando le esecuzioni contro detenuti politici e manifestanti a fronte delle crescenti pressioni militari e internazionali. “I casi relativi agli elementi terroristici e ai rivoltosi di gennaio sono stati trattati. Alcuni hanno portato all’emissione di sentenze definitive, che ora vengono eseguite. In alcuni casi l’esecuzione è già avvenuta nei giorni scorsi e i risultati saranno comunicati. Non verrà concessa alcuna clemenza ai condannati in questi casi”, ha dichiarato il primo vice capo della magistratura Hamzeh Khalili, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa giudiziaria Mizan.
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Ultimo aggiornamento 22 secondi faIl capo del Mossad, David Barnea, voleva fomentare l’opposizione iraniana nei primi giorni della guerra, scatenare una rivolta e arrivare al rovesciamento del regime di Teheran. Piano che Barnea ha illustrato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu prima del 28 febbraio e ad alti funzionari dell’Amministrazione Trump durante la sua visita a Washington a metà gennaio. Alti funzionari americani e alcuni funzionari di altre agenzie di intelligence israeliane erano scettici sulla riuscita, ma Netanyahu lo ha adottato e anche il presidente americano Trump era ottimista. A loro avviso l’uccisione dei leader iraniani all’inizio del conflitto poteva portare a una rivolta di massa in grado di porre fine rapidamente alla guerra e a regime. Ma a tre settimane dall’inizio della guerra non c’è una rivolta iraniana. Secondo le intelligence americana e israeliana che il governo teocratico di Teheran è indebolito, ma intatto, mentre la paura delle forze militari e di polizia iraniane ha smorzato le prospettive di una ribellione e di incursioni transfrontaliere da parte di milizie etniche al di fuori dell’Iran.
Il New York Times parla di “falla fondamentale” nella preparazione della guerra. Invece di implodere, il governo iraniano si è trincerato e ha intensificato il conflitto. Privatamente Netanyahu si è detto deluso dal fallimento del piano del Mossad di fomentare una rivolta in Iran, anche perché aveva fatto leva su questo per convincere Trump ad attaccare, hanno affermato funzionari americani ed israeliani, sia in servizio che in pensione. Eppure i vertici militari statunitensi avevano detto a Trump che gli iraniani non sarebbero scesi in piazza a protestare mentre Stati Uniti e Israele bombardavano, ritenendo anche bassa l’ipotesi di una guerra civile.
Nate Swanson, ex funzionario del Dipartimento di Stato e della Casa Bianca, ha detto di non aver mai visto un “piano serio” per promuovere una rivolta in Iran all’interno del governo statunitense. “Molti manifestanti non scendono in piazza perché temono di essere uccisi”, ha affermato Swanson, ora all’Atlantic Council. “Verranno massacrati. Questo è un dato. Ma il secondo dato è che c’è una buona parte di persone che desidera semplicemente una vita migliore, e al momento si sente messa da parte. Non apprezzano il regime, ma non vogliono morire opponendosi ad esso. Quel 60% resterà a casa”, ha aggiunto spiegando che “ci sono ancora ferventi oppositori del regime, ma non sono armati e non stanno portando la maggior parte della popolazione in piazza”. Il predecessore di Barnea alla guida del Mossad, Yossi Cohen, decise era una perdita di tempo tentare di fomentare una ribellione all’interno dell’Iran. La strategia del Mossad allora era indebolire il governo per costringerlo ad arrendersi alle richieste israeliane e americane, con sanzioni economiche, uccisioni di scienziati nucleari e leader militari iraniani, e sabotaggio di impianti nucleari.