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Telecom-Poste, trent’anni dopo si consuma la “fine ingloriosa di una sfortunata privatizzazione”

Adesso si ritorna sotto lo Stato, ma più leggeri e più poveri. Con una (magra) consolazione: almeno questa volta il passaggio di mano coinvolgerà anche i piccoli azionisti e non solo pochi eletti.
Telecom-Poste, trent’anni dopo si consuma la “fine ingloriosa di una sfortunata privatizzazione”
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“Il postino suona sempre due volte. La prima volta ha già suonato con lo scambio di azioni tramite CDP. Questa volta sfonda la porta e si vuole portare via tutta Tim”. La battuta è di Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia alla Sda Bocconi che ha commentato con Class Cnbc la rinazionalizzazione di Telecom Italia tramite Poste Italiane. E, pur riconoscendo i meriti industriali dell’operazione, ha messo subito il dito nella piaga, che lui chiama “la componente critica”, cioè la “nazionalizzazione indiretta” di Tim. “Quella sfortunata privatizzazione di quasi 30 anni fa finisce oggi ingloriosamente, posso dire, perché il mercato italiano non ha saputo e anche quello europeo, affrontare il tema della telecomunicazioni in maniera corretta. C’è una bella responsabilità, se posso dire, anche del regolatore italiano che ha di fatto penalizzato i risultati economici degli operatori di telecomunicazioni. Insomma, di fatto quasi tutti quasi tutti perdono soldi perché abbiamo le tariffe più basse d’Europa, per cui questo rientro dello Stato sotto il territorio delle telecomunicazioni è una notizia non buona per il mercato. Di fatto si va verso una situazione in cui l’arbitro fa anche da giocatore“.

L’amministratore delegato di Poste, Matteo Del Fante, garantisce che nell’operazione “non c’è alcun coinvolgimento del governo”, sostenendo che si tratta di un “dossier aperto 5 anni fa”. Resta il fatto che, una volta ceduta la rete telefonica nel 2024, Tim con il suo debito rimasto comunque su livelli importanti, un mercato in continua evoluzione e un flotta di dipendenti superiore alle 20mila unità, non poteva essere indifferente al governo che ha benedetto la cessione in mani estere dell’asset più pregiato del gruppo. E così, non più tardi di un anno fa Poste Italiane aveva mandato un chiaro segnale entrando ufficialmente nel capitale di Tim per poi portarsi poco sotto la soglia rilevante del 25% liquidando i francesi di Vivendi e chiudendo i conti con quello che è stato solo l’ultimo capitolo di una travagliata storia fatta di passaggi di mano e di debiti in capo all’ex monopolista di Stato.

La finanziaria del rider bretone Vincent Bolloré era subentrata agli spagnoli di Telefonica, che a loro volta avevano raccolto insieme al sistema bancario le ceneri dell’era Tronchetti Provera. Prima ancora la madre dei guai di Telecom, la scalata dei capitani coraggiosi guidati da Roberto Colaninno e sostenuti dall’allora premier Massimo D’Alema, che ha scaricato sulla società il debito contratto dagli acquirenti per acquisirla. Un macigno che di passaggio di mano in passaggio di mano, è aumentato progressivamente fino a raggiungere valori monstre superiori ai 30 miliardi di euro che è stato abbattuto solo con la vendita della rete. Che però era l’asset più importante del gruppo tanto da garantirne il debito.

Adesso si ritorna sotto lo Stato, ma più leggeri e più poveri. Con una (magra) consolazione: almeno questa volta il passaggio di mano coinvolgerà anche i piccoli azionisti e non solo pochi eletti. La storia borsistica di Tim del resto è una delle più controverse del mercato italiano, da blue chip, simbolo del capitalismo nazionale ai livelli di una ‘penny stock’. Il debutto, nel febbraio 1997, era stato il frutto della privatizzazione della società con la cessione dell’intera partecipazione detenuta dal Ministero del Tesoro (44,7%). All’offerta, promossa da Carlo Azeglio Ciampi quale Ministro del Tesoro, Pierluigi Bersani dell’Industria e Antonio Maccanico per il Ministero delle Comunicazioni, aderirono oltre 2 milioni di risparmiatori, con un boom di domande, circa 4,2 volte il quantitativo minimo di azioni inizialmente fissato. Il valore complessivo della privatizzazione, considerando anche l’offerta agli investitori istituzionali, fu di circa 26.000 miliardi di lire. Diventò subito uno dei titoli più importanti del listino, con una capitalizzazione enorme, un peso rilevante negli indici e un’ampia presenza nei portafogli degli italiani.

Poi ci furono gli anni delle scalate e del debito (1999-2007), cui seguirono anni di continui cambi di controllo, ristrutturazioni finanziarie e cessioni di asset. La crisi finanziaria globale e l’aumento della concorrenza nel settore delle telecomunicazioni hanno fatto il resto. E così nel 2020 Tim in Borsa vele meno di 1 euro per azione, mentre lo scorporo della rete era ormai un mito dei governanti. Quando Pietro Labriola è stato nominato amministratore delegato, nel gennaio 2022, il titolo viaggiava sui 30- 40 centesimi, in balia della speculazione è arrivato a toccare i suoi minimi storici a 20 centesimi. Labriola si è trovato più volte a sottolineare che Tim in Borsa valeva meno delle sue componenti. A quel punto la cessione della rete è entrata in agenda per davvero. Ma si è riaperto il fronte con il litigioso socio francese e, soprattutto, si sono riaperti i conti con il futuro della società e dei suoi dipendenti. E così si ritorna allo Stato, sotto un governo che, informato o meno, ha fatto del dirigismo una bandiera.

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