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InvestCloud licenzia i dipendenti italiani per l’Ai: il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno

All’azionista che percepirà i lauti profitti o al Ceo che potrà vedere il suo bonus aumentare non importa nulla di quanti perderanno il posto del lavoro, in Italia o altrove
InvestCloud licenzia i dipendenti italiani per l’Ai: il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno
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A distanza di quasi due secoli un nuovo spettro si aggira per l’Europa e non solo, per riprendere il famoso inizio del Manifesto del Partito Comunista del 1848 di Marx e Engels. Non si tratta più degli sfruttati pronti alla rivoluzione proletaria, ma della nuova intelligenza artificiale, quella definita generativa dei grandi programmi linguistici come ChatGPT, Gemini o Claude, che preannuncia ben altra rivoluzione.

La domanda che molti si fanno è: quali saranno le conseguenze economiche di questo nuovo shock tecnologico? Studiosi, analisti e commentatori sono divisi nelle due schiere tradizionali: i più intravvedono delle conseguenze disastrose con milioni di disoccupati di natura tecnologica, i meno guardano ai benefici a lungo termine, considerando gli incrementi di benessere individuale e sociale. La partita è aperta e ognuno guarda nella sua sfera di cristallo.

Intanto la realtà vera ci offre qualche primo e preoccupante segnale, come nel caso del licenziamento di tutti i 37 dipendenti, la maggior parte informatici, della filiale italiana con sede a Marghera di InvestCloud, una società americana che si occupa di consulenza finanziaria. Questo episodio ci offre diversi spunti di riflessione perché il licenziamento è stato giustificato con la necessità di adeguare i modelli di business al nuovo contesto delle piattaforme integrate con la Ai, che evidentemente potevano fare a meno di tutti i dipendenti italiani.

In primo luogo ci chiarisce che tipo di innovazione è quella portata avanti dai nuovi modelli di Ai. Si tratta di un’innovazione che viene definita drastica, cioè un tipo di cambiamento che rende obsoleti i processi produttivi precedenti. La conseguenza fondamentale è un massiccio ricorso al licenziamento, totale nel caso della filiale di Marghera. Queste innovazioni drastiche sono piuttosto rare e dalle conseguenze sociali notevoli, se di ampia scala. Le preoccupazioni per l’occupazione sono pienamente legittime e anzi doverose.

In secondo luogo, è interessante che la nuova Ai abbia operato nel settore della consulenza finanziaria. Questo ci offre uno spunto per capire dove colpirà la nuova rivoluzione tecnologica che avrà come baricentro le attività che raccolgono, combinano e processano informazioni, in tutti i settori e non solo nella finanza. Siamo di fronte a un capitolo nuovo e inedito dell’economia della consocenza.

La finanza quantitativa è il campo ideale per l’applicazione dei modelli della Ai. Oggi le operazioni di borsa sono gestite per lo più da programmi esperti che hanno sostituito il consulente tradizionale. Ora i nuovi modelli di intelligenza artificiale generativa con la loro enorme capacità di analisi e di calcolo stanno rendendo superflui anche gli esperti quantitativi.

Ma non è solo una questione di cambiamento tecnologico. La filiale di Marghera è stata chiusa anche se il suo bilancio 2024 era in attivo: con un fatturato annuale di 10 milioni di euro e un utile di 500.000, non poteva essere definita un’azienda in crisi o con problemi di mercato, anzi era in espansione. Il problema di fondo consisteva nel fatto che i profitti non erano considerati soddisfacenti dalla casa madre, cioè dagli azionisti. Da qui la scelta di chiudere per delocalizzare.

Siamo di fronte a un inedito caso della chiusura di un’attività economica ampiamente in attivo. Non importa poi se la ricerca del massimo profitto a tutti i costi lascerà a casa 37 dipendenti, con un costo umano e sociale molto rilevante.

Questo aspetto ci rivela una delle caratteristiche di fondo del capitalismo finanziario. All’azionista internazionale che percepirà i lauti profitti o al Ceo che potrà vedere il suo bonus aumentare considerevolmente non importa nulla di quanti lavoratori perderanno il posto del lavoro, in Italia o altrove. Si tratta di una conseguenza inevitabile e anzi pienamente giustificata nella logica meramente economica.

Ritroviamo quindi in chiave tecnologica il tradizionale conflitto marxiano tra capitale e lavoro, rivisto stavolta come un conflitto tra gli interessi degli azionisti e quello dei lavoratori. Il capitalismo finanziario non guarda in faccia a nessuno e come Saturno divora i suoi figli, la vecchia finanza tecnologica è soppiantata da quella nuova molto più lucrosa, e socialmente ancora più pericolosa. Non importa a questo punto se l’applicazione della Ai sia effettivamente la causa dei licenziamenti o semplicemente un pretesto per fare i tradizionali tagli.

Ciò che sorprende poi è l’inerzia della politica. L’assessore regionale leghista alle attività produttive, Massimo Bitonci, ha derubricato la faccenda come un semplice caso di delocalizzazione produttiva. Anzi, è dalla parte della multinazionale americana giustificandone le scelte economiche. Ma la politica a qualsiasi livello dovrebbe essere dalla parte dei lavoratori e non degli avidi azionisti, ponendo delle regole e dei limiti all’azione demolitrice del capitalismo finanziario.

Per iniziare, la Regione Veneto potrebbe creare un osservatorio per quantificare il fenomeno dei licenziamenti diretti o indiretti causati dall’applicazione dei modelli di Ai. Non basta consolarsi dicendo, come fa il nuovo assessore con un pessimo esordio, che da noi non c’è da preoccuparsi perché nel Veneto la disoccupazione è bassa, perché quando la tempesta arriverà sarà di proporzioni bibliche ed essere poreparati non guasterebbe.

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