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Referendum, alle 12 affluenza quasi al 15%: in crescita rispetto ai precedenti. Perché è determinante

Il dato più alto in Emilia-Romagna, il peggiore in Calabria. Secondo la maggior parte degli analisti una percentuale di votanti superiore al 50% potrebbe favorire il Sì
Referendum, alle 12 affluenza quasi al 15%: in crescita rispetto ai precedenti. Perché è determinante
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Ha sfiorato il 15 per cento, alle 12, l’affluenza alle urne per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, con cui i cittadini sono chiamati a confermare o bocciare la revisione della Carta che introdurrebbe la separazione delle carriere, la creazione di due Csm (uno per i giudici, l’altro per i pm) e una Corte disciplinare autonoma. Con il quorum non richiesto per la validità, la partecipazione al voto è un elemento decisivo. Gli ultimi sondaggi hanno dato il No il vantaggio, ma secondo la maggior parte degli analisti una percentuale di votanti superiore al 50% potrebbe favorire il Sì. Questo perché l’elettorato di centrodestra è sembrato meno interessato al quesito rispetto a quello di centrosinistra, più mobilitato nelle ultime settimane. Se partecipasse più del previsto, potrebbe incidere sul risultato.

L’affluenza per Regione

È l’Emilia-Romagna la Regione italiana nella quale si registra l’affluenza più alta, toccando il 19,44%. Seguono Friuli Venezia Giulia con il 17,86% e la Lombardia con il 17,57%. Poi Liguria (17,5), Veneto (17,06), Toscana (16,9), Lazio (16,26) e Marche (15,6). Il dato più basso è quello della Calabria, 9,74%, unica Regione insieme alla Basilicata (9,84%) ad aver fatto registrare un’affluenza inferiore al 10% alle ore 12.

Per quanto riguarda i risultati nelle città, a Milano sono andati alle urne il 17,09% degli aventi diritto, come a Roma, a Bologna oltre il 21%, a Firenze il 18,7%, a Palermo il 10,7, a Bari il 13,08.

Il dato in crescita rispetto ai precedenti

Affluenza in crescita rispetto ai precedenti delle ore 12 dei referendum costituzionalil ad eccezione di quello del 2016 sulla riforma Renzi quando, però, si votò in un solo giorno. Al referendum del 2001 sulla riforma del Titolo V l’affluenza alle urne delle 12 era al 7,8%. A quello sulla devolution del 2006 alle 12 del 25 giugno aveva votato il 10,1%. Il referendum costituzionale del 2016 si tenne in una sola giornata e alle 12 aveva votato il 20,1%. Per quanto riguarda, infine, quello del 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari il dato dell’affluenza delle 12 del primo giorno è del 12,2%. Per quanto riguarda le altre consultazioni popolari non di carattere costituzionale, ma nelle quali si votò in due giorni nell’ultima, del 2025, su lavoro e cittadinanza il dato del primo giorno alle ore 12 era del 7,4% e a quello del 2011 su acqua e nucleare era dell’11,7%.

I risultati degli altri referendum costituzionali

Sono quattro i precedenti referendum costituzionali a cui guardare. Il primo risale al 7 ottobre 2001, quando gli elettori furono chiamati a confermare la riforma del Titolo V, voluta dal centrosinistra per ampliare le competenze delle Regioni. Il Sì prevalse, segnando l’unico intervento organico sul regionalismo approvato direttamente dal corpo elettorale. Dei 49,4 milioni di aventi diritto, votarono solo 16.843.420 cittadini, cioè il 34,05%. Il Sì si impose con il 64,21% contro il 35,79% dei No.

Cinque anni dopo, nel giugno 2006, il Paese tornò alle urne per pronunciarsi sulla riforma voluta dall’allora esecutivo di centrodestra che puntava a ridisegnare la forma di governo, introdurre un Senato federale e a conferire alle Regioni competenze esclusive su sanità, scuola e polizia locale. Il No vinse nettamente: l’affluenza si attestò al 53,8% e i voti contrari alla riforma furono il 61,29% contro il 38,71% di Sì.

Il 4 dicembre 2016 arrivò il referendum sulla riforma Renzi-Boschi che proponeva il superamento del bicameralismo paritario, la revisione del Titolo V e la soppressione del Cnel. Si recarono alle urne in 33.244.258, pari al 65,48%. La vittoria del No sul Sì fu netta: 59,12% a 40,88%.

Nel 2020 gli italiani furono chiamati a confermare il taglio dei parlamentari. La riduzione del numero di deputati e senatori, sostenuta da una larga maggioranza parlamentare, ottenne un consenso trasversale e fu approvata con oltre due terzi dei voti. Alle urne si recò il 53,8% degli aventi diritto. Il Sì ottenne il 69,9% dei voti, a fronte del 30% dei No. La riforma ha ridotto i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.

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A cura di Paolo Frosina
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