Twitter (o X) compie 20 anni: il racconto di un’utopia sociale diventata distopia
Il mio primo grande e glorioso ricordo di Twitter risale all’estate del 2009. C’era un giornale da inventare, Il Fatto Quotidiano, e in quella stagione di lanci e speranze davo il mio contributo aprendo gli account del giornale e quello dell’allora direttore Antonio Padellaro. Io fino a quell’anno usavo ancora un nickname ingenuo, non ancora il mio nome vero, trattandolo quasi come un giochino, erano gli albori di quelli che una volta chiamavamo social network, sembravamo già grandi ma era solo l’inizio.
Quanto entusiasmo! Quante speranze (nei social network intendo). Nell’orizzonte vicino c’era Obama e la grande campagna del 2008, poi sappiamo tutti com’è andata a finire da Capitol Hill in poi. Ma questa è un’altra storia. Una storia i cui contorni saranno facilmente rilevabili forse tra 50 anni. Ora no, ora ci stiamo troppo dentro.
C’era una volta Twitter, ne capii la potenza reale solo quando vidi un responsabile comunicazione di un grande partito andare in crisi perché le agenzie di stampa battevano i tweet del suo segretario prima ancora dei comunicati ufficiali, i giornalisti d’agenzia preferivano 140 caratteri (diventarono 280 solo dieci anni dopo) a una “cartella” di duemila battute. Era la disintermediazione che si faceva carne.
Sempre in quel 2009 si arenò una nave e la foto apparve su Twitter prima che sui giornali. Era la fine del mondo come lo conoscevamo, iniziava una nuova storia e ancora ignoriamo a che punto stiamo: come nell’esperimento del gatto di Schrödinger, non sappiamo se siamo vivi o siamo già morti.
Tutto era iniziato ufficialmente il 21 marzo 2006, con il primo vagito digitale di Jack Dorsey: “just setting up my twttr”. Erano gli anni dell’ottimismo di Clay Shirky, l’epoca in cui credevamo che abbattere le barriere tra cittadini e potere avrebbe curato ogni democrazia.
Il futuro appariva come una piazza orizzontale dove politici, webstar e persone comuni potevano dialogare senza filtri. Ma in quell’entusiasmo si celava una falla cognitiva: l’impossibilità umana di gestire un eccesso di messaggi in entrata. Quella promessa di “parlare con tutti” si è trasformata in un rumore di fondo che ci insegue h 24 sullo smartphone, dalla mattina alla sera.
Il bluff della “Rivoluzione 2.0” – Nel 2011, abbiamo creduto che Twitter fosse il motore delle Primavere Arabe. La narrazione occidentale celebrò la vittoria dei social network contro i tiranni. Eppure, i dati analizzati dagli esperti raccontano una storia diversa: in tutto il Nord Africa gli iscritti erano appena 14.000, una goccia in un oceano mosso da dinamiche analogiche e profonde sofferenze sociali. Per noi che guardavamo da fuori era una rivoluzione digitale; per chi era dentro, i social divennero presto una trappola usata dai regimi per tracciare e silenziare il dissenso attraverso una sorveglianza spietata.
Dal raddoppio dei caratteri al caos di Musk – Con il tempo, l’uccellino azzurro ha perso la sua innocenza. Nel 2017, il raddoppio dei caratteri a 280 ha segnato l’addio alla sintesi folgorante per far spazio a una comunicazione più complessa, ma anche più polarizzata e rabbiosa.
La vera linea è stata superata l’8 gennaio 2021: la sospensione definitiva dell’account di Donald Trump dopo l’assalto a Capitol Hill. Fu un giorno triste per la libertà di pensiero; una piattaforma privata si ergeva ad arbitro ultimo della parola, trasformandosi di fatto in un editore politico. A distanza di anni penso che sia stato giusto silenziare il presidente Trump; ma la situazione vista in quei giorni non mi appariva chiara e puntualmente, da liberale quale sono sempre stato, mi scandalizzai per quella mossa.
Il colpo di grazia è arrivato con l’era di Elon Musk e la trasformazione in X. La moderazione algoritmica e umana è stata azzerata in nome di un “free speech” radicale che somiglia pericolosamente all’anarchia. La spunta blu a pagamento, pur “democratizzando” l’identità legandola a documenti certi, ha aperto le porte a un “Internet dei fuffaguru“. Senza filtri, X è diventato il terreno fertile per bot, hacker e truffatori, dove la visibilità è una merce acquistabile e il consenso è alimentato da eserciti robotici al servizio della vanità dei potenti.
Fine dei giochi – Oggi, nel 2026, la lezione è amara. La disintermediazione totale non ha prodotto una democrazia perfetta, ma una tirannia del rumore, ed è tutto vero, ma anche tutto falso, grazie alla micidiale combinazione di social media e intelligenza artificiale.
La libertà di parola, priva di una struttura che ne garantisca l’autenticità, finisce per silenziare la verità sotto il peso di algoritmi progettati per premiare lo scontro e ogni tipo di eccesso. Di quel sogno del 2006 resta solo la nostra eterna vanità, ancora a caccia di un palco in un’arena fuori controllo. Per quanto mi riguarda, ho fatto una scelta drastica: notifiche disattivate. Avvertitemi solo in caso di guerra nucleare o se un meteorite sta per colpirci. Tutto il resto può aspettare.