Referendum, la galleria degli orrori di comunicazione del governo è infinita: persino B. sarebbe inorridito
E’ facile e scontato parlare male della buonanima di Silvio Berlusconi. La sua eredità politica è l’albero dal quale sono maturate le mele avvelenate di questo scorcio di Seconda Repubblica. Una dote allo scomparso Cavaliere va riconosciuta. E’ stato un formidabile comunicatore. Un postumo messaggio che i suoi eredi di governo non hanno raccolto.
Berlusconi sarebbe inorridito di fronte alla autolesionistica campagna condotta per il Sì al referendum. Non l’avrebbe mai affidata a Santanché e Tajani, Bignami e Donzelli, Delmastro e Bartolozzi, Sallusti, Bocchino, Sechi & e a tutti i corifei dell’informazione embedded al governo. Il Cavaliere avrebbe silenziato d’autorità il ministro guardasigilli Nordio, impedendogli con le sue grossolane gaffe di confessare i trucchi nascosti nella legge. Avrebbe intimato a Meloni di astenersi dalle rovinose (per la destra) intemerate contro i giudici. “Se vincerà il No, stupratori pedofili e spacciatori e immigrati illegali verranno messi in libertà”.
Sulla famiglia nel bosco: “Figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco”. Dimenticava, Meloni, che il decreto Caivano approvato dal suo governo del 2023 punisce il reato di abbandono dell’obbligo scolastico e commina pene fino ai due anni ai genitori responsabili, arrivando a sottrarre loro la potestà genitoriale come hanno deciso, ma a tempo determinato, i giudici abruzzesi.
Sfondoni leggendari, stravolgimenti seriali della realtà giudiziaria, insensate fughe in avanti alla ricerca di consensi che gli ultimi sondaggi, implacabili, indicano in caduta per il Sì e in salita per il No. Pezzi di cabaret involontario che entrano di diritto nella storia del web, rimbalzando dalle tv e dai comizi sui social e da lì nelle case di milioni di italiani. Venefico per il Sì l’elenco dei boomerang scagliati dalla destra e tornati indietro provocando danni. Resta tutto consegnato a quel tritacarne implacabile, dalla memoria inossidabile, che è la rete.
L’errore strategico della comunicazione di Meloni e dei suoi è stato di rivolgersi con le sgangherate requisitorie contro ”i giudici che non ci lasciano governare” agli elettori della destra, ideologicamente connotati, che l’avevano spedita a palazzo Chigi e non avevano bisogno di essere convinti. Voti per il Sì virtualmente blindati, che nessun argomento contrario poteva erodere.
L’obiettivo dei leader del Sì doveva essere tutt’altro: convincere il vasto mare grigio di renitenti cronici al voto, indifferenti, scontenti o indecisi dal quale trarre i consensi decisivi per la vittoria della riforma. L’area politicamente variegata che la martellante, scomposta e indigeribile propaganda da rodeo inscenata a destra ha verosimilmente spostato verso il No.
L’attacco alla Costituzione, condotto attraverso la delegittimazione della magistratura: troppo sfacciato per passare sotto silenzio. La maggioranza degli italiani alla Costituzione tiene e la difende. Indicativa l’ultima uscita di Tajani: “Il sistema attuale della giustizia è stato voluto da Mussolini ed esiste solo nelle dittature”. E’ una balla. In Italia è in vigore la Costituzione del 1948 che stabilisce, tra l’altro (Art. 104), che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. L’ art 27 recita: “L’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva”. Sono pilastri dell’ordine democratico, non le barzellette che ci propina il ministro degli esteri. Il panico e la disperazione giocano brutti scherzi.
Le ragioni tecniche, politiche e logiche per sostenere il Sì sono sottili come carta velina. Svelate dalle autoconfessioni di Nordio (e dal suo j’accuse censurato da Mattarella sul Csm “paramafioso”), Matone e Bongiorno, rafforzate dal coming out della capa di gabinetto di Nordio, Bartolozzi, che ha definito i magistrati “un plotone di esecuzione”; sporcate dal vergognoso appello del deputato di Fratelli d’Italia, Aldo Mattia, “per convincere a votare Sì utilizzate il solito sistema clientelare”.
La campagna per il Sì sigillata dalla pietra tombale innalzata da Meloni convocando il rapper Fedez nella speranza di intercettare il voto giovane. Purtroppo per lei la Giustizia non è il Festival di Sanremo. Una prece.