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“Vi spiego (semplicemente) perché ho deciso di votare No al referendum sulla Giustizia”. La scelta di Selvaggia Lucarelli

Dalla newsletter "Vale Tutto": "La complessità di questo referendum sulla giustizia supera la nostra capacità di scelta. Il modo in cui hanno provato a convincerci a votare sì è disonesto"
“Vi spiego (semplicemente) perché ho deciso di votare No al referendum sulla Giustizia”. La scelta di Selvaggia Lucarelli
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Ho riflettuto parecchio su come argomentare il mio No, perchè quasi tutte le opinioni che avrebbero dovuto convincermi a votare NO contenevano così tanti tecnicismi da scoraggiarne l’approfondimento. E ve lo dico io, una persona che frequenta tribunali, affronta processi, che ormai da anni ha una discreta dimestichezza con la legge.

Ho anche chiesto ai miei avvocati o ai miei amici avvocati cosa voteranno, uno si asterrà (trova che ci siano delle buone ragioni per votare sì, ma che una parte delle conseguenze, se vincesse il sì, sia pericolosa), altri voteranno convintamente no.

Nel frattempo, mentre provavo a farmi un’idea, osservavo come questo governo stesse cercando di convincermi a votare sì, e alcuni escamotage sono così storti e disonesti che anche questi sono diventati argomenti per votare no. Se la premessa con cui vuoi convincermi è falsa, non puoi volermi condurre alla verità. La strumentalizzazione di casi a orologeria come Garlasco (ricordiamoci di De Rensis ospite di Atreju), La casa nel bosco o David Rossi per convincerci che i magistrati siano tutti lestofanti, incapaci, brutti e cattivi, è un’operazione indegna. Così come è stato indegno, da parte di Meloni, sfuggire dal confronto con i giornalisti, gli avvocati, i magistrati, sfuggire dalle domande serie e scomode o far passare l’intervista a un rapper come un confronto, anzichè come un tentativo disperato di trasformare in voti i like di un influencer. Del resto, per vincere in un confronto Meloni deve trovarsi davanti chi di giustizia non sa nulla, chi non può incastrarla masticando la materia e i tecnicismi. Poi per carità, legittimo parlare con i nuovi media, ma non saltando furbescamente il confronto con gli esperti.

Detto ciò, vi dico cosa penso, e perchè penso NO. Cercherò di essere chiara e di usare argomenti semplici, per spiegarvi ciò che è molto complicato.

PERCHÈ NO

Immaginate che venga scoperta una nuova cura per una malattia, per un morbo che possa potenzialmente riguardare tutta la popolazione italiana.

Ma è una patologia non particolarmente virulenta, da cui statisticamente può essere affetta solo una minoranza della popolazione, e soprattutto una cura c’è già, è una cura vecchia ma autorevole, più volte corretta, con le sue controindicazioni e possibili complicanze, certo, ma generalmente sicura. Facciamo finta, in questo esercizio mentale, che per qualche strano motivo la comunità scientifica sia divisa più o meno a metà.

C’è una parte della comunità scientifica che desidera continuare a fare come si è sempre fatto, perché le evidenze su questa nuova terapia sono fragili e, francamente, sembrano più teoriche che supportate un reale background scientifico, anche perché è stata sperimentata solo su campioni di popolazioni con caratteristiche diverse dalla nostra. Un’altra parte della comunità, invece, vuole che questa nuova cura diventi il nuovo protocollo terapeutico, mandando in pensione il precedente: c’è chi dice che questi primari lo facciano per un tornaconto personale, per poter esercitare un controllo maggiore sui medici di reparto, ma in ogni caso la nuova medicina può avere anche i suoi vantaggi.

Insomma, non si conoscono tutti i reali motivi per cui questa medicina sarebbe meglio di quella vecchia, ma in ogni caso per capirci qualcosa bisogna essere medici di un certo spessore, con curriculum e comprovata esperienza, ma anche specializzazioni e insomma, sono veramente pochi i dottori che possono esprimersi davvero con competenza sulla questione.

Ci sono poi altri medici che la capiscono in parte, altri che si accodano per la fiducia che ripongono nei colleghi, molti per convenienza, ma la maggioranza della categoria non sa davvero quale delle due cure sia migliore.

Ora immaginate che la decisione finale su quale delle due cure utilizzare venga messa al voto e che siano i cittadini a dover scegliere, tramite un referendum. Entrare nel merito della scelta è impossibile per il 99% dei votanti, serve una preparazione che nessun articolo, riassunto o trasmissione divulgativa può fornire. Quello che succede è che alla fine tutti voteranno non perchè ci abbiano capito qualcosa, ovviamente, ma perché gli sta più simpatica una delle due fazioni di medici, o perché, nel migliore dei casi, hanno un amico scienziato che prova anche a spiegargli il perché devono votare così o colà, ma alla fine lo ascoltano più per la fiducia della sua autorevolezza che perché ci abbiano davvero capito qualcosa.

UN VOTO POLITICO

Ecco, il referendum sulla giustizia è per quasi tutti noi questa cosa qui. Un voto a crocette totalmente fideistico su un tema complicato, così complicato che persino moltissimi avvocati e giuristi non sanno davvero cosa scegliere.

Aspira a far modificare sette articoli della costituzione, riforma le carriere dei magistrati, introduce nuovi Consigli di controllo, con implicazioni chiare al massimo sulla carta, ma dalle complicatissime conseguenze pratiche e, in un certo senso, anche filosofiche su cosa sia il pubblico ministero, lo scopo di un processo, la responsabilità di un magistrato. Su questa materia, su un groviglio di cause e conseguenze così tecnico e intricato, la signora Pina che non sa chi sia un pm e forse neppure come avvenga un processo, non ha nessuna possibilità di esprimere una preferenza davvero cosciente. E quasi sicuramente non ce l’ha neanche chi conosce il ruolo del pm, non ce l’hanno in molti casi il professore di Matematica, la manager di una multinazionale, il postino, l’addetta alla comunicazione di un’azienda, il make up artist, figurarsi che non ce l’ha nemmeno la maggior parte degli avvocati che conosco, né dei giornalisti. È scontato, dunque, che se alcune, poche, di queste persone voteranno per la fiducia di qualche giornalista, commentatore o figura istituzionale di cui si fidano, la maggioranza voterà ne più ne meno come lo schieramento in cui si riconoscono.

È per questo che il voto sulla riforma della giustizia, checché ne dica Meloni, è politico e ideologico, e nient’altro. Lo sarà per quasi tutta la popolazione, come lo fu per la riduzione dei parlamentari prima e per la legge Renzi-Boschi e la devolution ancora prima. È politico e così sarà interpretato, dal centrodestra in caso di vittoria del sì, dall’opposizione in caso di vittoria del no.

Credo sia dunque corretto basare il proprio voto sull’interpretazione che la maggioranza di governo dà del proprio referendum. Il ministro Nordio dice che la riforma “farà recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, ma come fa notare Marco Travaglio “nella Costituzione il primato è della legge, che è uguale per tutti, politici in primis”. Sempre come dice Nordio, “la riforma converrebbe anche al Pd, nel caso in cui andasse al governo”. È dunque evidente che per lo stesso promotore e firmatario della riforma costituzionale, il referendum è una questione politica, perchè giova alla politica e, precisamente, a chi governa. E con le parole del capo di gabinetto del Ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, è anche chiaro come gioverà: votando sì “ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni d’esecuzione”. È questo il primo motivo per cui voterò no: perché so, dalle parole degli stessi promotori, come intendono ‘adoperare’ questa riforma e, in fondo, quale sia il fine ultimo.

Voto no non solo per le verità che hanno lasciato trapelare, ma anche per le bugie che hanno rivendicato con orgoglio. Una tra tutte quella di Giorgia Meloni, che ha affermato che la riforma renderà la giustizia più efficiente. Una bugia così clamorosa che è stata smentita persino dalla sua stessa maggioranza, soprattutto dal ministro Nordio e dall’onorevole Giulia Buongiorno. Sui tanti cambiamenti che i cittadini chiedono alla giustizia, su tutti la durata dei processi e la compensazione, in caso di assoluzione, dei costi astronomici del difendersi in un tribunale, questa riforma non interviene in alcun modo. E dal momento che è un voto politico, non bisogna votare per chi mente.

Voterò no anche per tutto quello che non mi convince, pur nell’impreparazione che riconosco a me stessa in questa materia, anche degli aspetti sostanziali: non voglio che i pubblici ministeri appartengano a un ordine indipendente, contrapposto a quello dei giudici, di modo che i primi diventino “avvocato dell’accusa” e non più, come dovrebbe essere, ricercatori della verità e delle prove non solo contro, ma anche a favore dell’imputato, com’è ora (o come dovrebbe essere e, lo dico per esperienza, non sempre è).

Non voglio che gli errori dei pubblici ministeri siano giudicati da un Consiglio Superiore di pubblici ministeri e quello dei giudici da un Consiglio di giudici, perché questo non può che aumentare la tentazione di proteggersi tra membri di una corporazione più ristretta. Non voglio che le modifiche costituzionali preparino il terreno alle successive modifiche già paventate dalla stessa maggioranza, come il passaggio del controllo della polizia giudiziaria dai procuratori al Ministero degli Interni (un tema già introdotto e caldeggiato dal ministro degli esteri Tajani) e quindi assoggettare chi indaga non all’autorità giudiziaria, ma alla politica.

Ecco i motivi per cui voterò no. Perché la riforma, per quello che ne capisco, non mi piace. Perché non mi piace come la interpreta chi l’ha proposta. Per l’autorevole invito a votare no dei politici e dei giornalisti più esperti in materia di me e di cui mi fido. Ma soprattutto, perché è un voto politico.

E perché davanti a una cura che non capisco – non capiamo – fino in fondo e di cui non mi fido davvero, scelgo di ascoltare i medici che conosco e di non cambiare terapia. Perché quando in gioco c’è la salute della giustizia preferisco la comprovata saggezza dei padri costituenti ai sinistri alambicchi del dottor Nordio e della dottoressa Meloni. Anzi, del dottor Meloni, come lei forse preferisce. Perchè su certe cose, invece, la nostra premier è incredibilmente conservatrice.

https://selvaggialucarelli.substack.com/p/perche-votero-no-spiegato-semplice

Preferirei di NO

A cura di Paolo Frosina
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