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Il governo vuole decidere su cosa si deve indagare e cosa no. Diciamo No a questo progetto!

Lo scopo di questa ultradestra non è la separazione delle carriere. La capo di gabinetto Bartolozzi proponeva di mettere il potere giudiziario sotto il controllo dell'esecutivo
Il governo vuole decidere su cosa si deve indagare e cosa no. Diciamo No a questo progetto!
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“Efficienza”. È la parolina magica che dalle parti dei comitati e dei partiti per il “sì” al referendum del 22 e 23 marzo ripetono in continuazione, quando non devono parlare di “plotoni d’esecuzione”, “cancro”, “ostacolo al Governo”, per convincere della bontà della proposta di Nordio & Co.. In effetti, se ti addentri nei meandri del sistema della giustizia o anche se hai avuto a che fare con le aule di un tribunale, è probabile che avrai toccato con mano alcune delle troppe cose che non funzionano. Vuoi vedere che quest’ultradestra ne ha tirata una fuori dal cappello? Proviamo a capire come inciderebbe questa riforma su alcuni dei problemi che la gente comune – e non solo i parlamentari o i politici – si trova quotidianamente di fronte.

Questa riforma affronta forse il problema della lentezza dei processi, che spinge molti a rinunciare addirittura anche solo al proposito di poter avere giustizia? Bisognerebbe fare assunzioni, coprire la carenza di magistrati e cancellieri. Ma su questo maggioranza e governo sono fermi. Zero spaccato. Se vincesse il “sì” spenderemmo almeno il doppio di quanto non si spenda oggi per il Consiglio Superiore della Magistratura; denaro pubblico che potrebbe essere usato, ad esempio, per stabilizzare i 1.800 precari della giustizia che a oggi sono appesi a un filo con un contratto che scade il 30 giugno.

Questa riforma migliora la possibilità di accesso alla giustizia per chi ha salari bassi? Perché la verità è che per rivendicare giustizia per sé o per un proprio caro, servono soldi. A volte tanti. Lo sanno bene i genitori di Patrizio Spasiano, stagista di soli 19 anni, ucciso in fabbrica da una fuga di ammoniaca il 10 gennaio 2025: hanno dovuto nominare a loro spese dei periti di parte – specializzati in sicurezza, ingegneristica dei sistemi, con conoscenze di chimica – per raccogliere gli elementi necessari a esigere giustizia per Patrizio. Nomine che costano migliaia di euro. E chi non può permetterselo? Vede semplicemente “diminuito” il proprio diritto alla difesa.

Anche sotto questo profilo, la riforma costituzionale non fa nulla. Per cui se sei povero, continuerai ad essere cittadino di Serie B di fronte a una giustizia solo formalmente “uguale per tutti”. Anzi, questo governo ha peggiorato le possibilità di ottenere il gratuito patrocinio. Giustizia di classe, altro che giustizia “giusta”.

Ancora: questa riforma prevederà finalmente sanzioni adeguate per reati gravissimi – quelli dei colletti bianchi – per i quali oggi ci sono pene ridicole (ammesso siano ancora previste) e del tutto sproporzionate rispetto alla gravità di condotte illecite quali disastro ambientale, corruzione, evasione, truffa, ecc.? Anche sotto questo profilo, niente. Eppure al governo basterebbe una legge ordinaria, niente di trascendentale e potremmo avere un ordinamento finalmente inflessibile coi potenti. Invece niente… Ma se non sono questi gli ambiti su cui intervengono la maggioranza e il governo, allora perché questa riforma? Dov’è la “maggiore efficienza” di cui cianciano?

Per capirlo non dobbiamo rimanere sugli aspetti tecnici della modifica costituzionale, ma provare a comprendere il clima in cui si inserisce, il progetto complessivo che ha in mente la maggioranza di ultradestra. L’obiettivo non è la separazione delle carriere – di fatto già esistente, visto che solo lo 0,4% dei giudici passa dall’una all’altra – ma percorrere il primo passo di un attacco alla separazione dei poteri da cui esca fuori un rafforzamento del governo. Mera speculazione? Non proprio…

L’8 ottobre 2020 l’allora deputata di Forza Italia Giusi Bartolozzi – oggi celebre per essere implicata nel tranquillo ritorno a casa del presunto torturatore libico Almasri su un volo di Stato italiano e per la chicca “votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura […]. Sono plotoni di esecuzione” – presentava un progetto di riforma costituzionale. È il progetto 2710 dell’8 ottobre 2020; il fine è modificare l’articolo 112 della Costituzione, che oggi recita: “Il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”. Bartolozzi vorrebbe cambiarlo così: “Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale attenendosi ai criteri e alle priorità stabiliti dalla legge secondo le disposizioni del seguente articolo. Il Governo, su indicazione del ministro della Giustizia, di concerto con il ministro dell’Interno, presenta alle Camere, per ogni triennio, un disegno di legge indicante i criteri e le priorità da osservarsi nell’esercizio dell’azione penale”.

Bartolozzi – non una cittadina qualsiasi, ma la capo di gabinetto del Ministro della giustizia, bene ripeterlo – vuole quindi un sistema in cui sia il governo a decidere su cosa si deve indagare e cosa no. Vuole cioè mettere il potere giudiziario sotto l’influenza e il controllo del potere esecutivo. E non si può dire che Bartolozzi non parli con chiarezza. Nell’introduzione all’articolato mette nero su bianco che “la definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica”.

Lo scopo della maggioranza di ultradestra non è quindi la separazione delle carriere. Stare sul terreno del mero dettato della riforma, ci porta fuori strada. Per inquadrare la direzione di marcia, i rischi reali, bisogna allargare lo sguardo, per non correre il rischio di vedere sì l’albero ma a costo di perdere di vista la foresta.

Quella foresta oggi si chiama torsione verso la costruzione di uno Stato autoritario moderno. E sbaglieremmo a pensare che si tratti di un tratto specifico di Meloni o della sola ultradestra. Se è vero che tanto Orban quanto Netanyahu e Trump si sono mossi in direzioni simili, lo è pure che l’accentramento del potere nei governi, lo spostamento della potestà legislativa dai parlamenti agli esecutivi, l’uso sempre più massiccio anche di una repressione preventiva, sono tratto caratterizzante di questa fase del capitalismo, che sia “gestita” dalle destre o dalle “sinistre” poco cambia. Il “sì” di importanti pezzi del centrosinistra italiano ne è solo ulteriore riprova, così lo è il tentativo nemmeno dieci anni fa di Renzi di andare nella stessa direzione, quella di un potere esecutivo sempre più sciolto da qualsiasi laccio, sempre più allergico a qualsiasi forma di controllo.

Il NO al referendum significa sbarrare il passo a questo tipo di progetti, nella consapevolezza che non basta la nostalgia verso un mondo al tramonto ad aprire la porta al futuro, ma c’è necessità della ripresa di un conflitto nel corpo della società che viva non solo di appuntamenti elettorali, ma di organizzazione autonoma e di mobilitazione popolare. Esattamente ciò su cui tante forze che pure oggi sostengono il “no” non sembrano interessate a costruire.

Preferirei di NO

A cura di Paolo Frosina
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