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Mosca chiama L’Havana: il Cremlino sfida l’embargo con due petroliere pronte a rifornire l’isola di gas e petrolio

Il ministero degli Esteri russo ha ribadito la propria solidarietà a Cuba dopo le parole di Trump. E nelle prossime settimane potrebbero attraccare le imbarcazioni con i rifornimenti
Mosca chiama L’Havana: il Cremlino sfida l’embargo con due petroliere pronte a rifornire l’isola di gas e petrolio
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La Russia ribadisce la sua incrollabile solidarietà con il governo e il fraterno popolo di Cuba”. Il messaggio risale a pochi giorni fa e lo ha diffuso il ministero degli Esteri russo. Mosca condanna “i tentativi di grave interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, le intimidazioni e l’uso di misure restrittive unilaterali illegali”. Anche se il Cremlino non ha nominato Trump, anche se ha evitato i richiami diretti al presidente americano che pochi giorni fa ha detto che a Cuba può riservare il destino che desidera, il richiamo è ovvio. (Queste sono state le parole precise del repubblicano: “Credo che avrò l’onore di prendere Cuba. È un grande onore. Prendere Cuba in qualche modo. Che la liberi o la prenda, penso di poter fare quello che voglio, se volete sapere la verità. È una nazione molto indebolita in questo momento”). Dopo questa dichiarazione il livello di allerta si è inevitabilmente alzato; per Washington, dalla Federazione, la risposta è arrivata. Anzi, ne sono arrivate due: una si chiama Sea Horse, l’altra Anatoly Kolodkin.

Sea Horse e Kolodkin sono le due petroliere russe che stanno sfidando il regime di embargo imposto dal tycoon contro l’isola di Castro sprofondata nel blackout, alle prese con una crisi energetica mai affrontata prima. Il primo vascello, che batte bandiera di Hong Kong, ha 27mila tonnellate di gas a bordo, e attraccherà sull’isola lunedì (secondo i dati della società di intelligence marittima TankerTrackers). La seconda nave battente bandiera russa, già sanzionata da Usa e Ue – ha un carico di circa 100.000 tonnellate di greggio degli Urali e arriverà ad inizio aprile. È dai tempi dell’Unione Sovietica e della Guerra fredda che Cuba fa affidamento sul greggio di Mosca per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, ma negli ultimi decenni è stato soprattutto il Venezuela a spedire forniture costanti di oro nero sull’isola, in cambio di personale medico e di intelligence. Dopo la defenestrazione di Nicolas Maduro e gli ultimatum trumpiani però quella linea si è spezzata; si è interrotto il flusso che per anni ha sostenuto l’economia cubana, mentre anche il resto degli approvvigionamenti si sono assottigliati: l’ultima petroliera ad aver attraccato a Cuba (il 9 gennaio scorso) arrivava dal Messico.

L’Havana, rimasta al buio, alle prese col collasso della sua rete elettrica, rischia una fine da Caracas e Teheran. Forse Cuba sta davvero trattando con gli americani per porre fine alla blokada energetica, come scrivono i media americani che individuano nella rimozione del presidente Díaz-Canel l’unica condizione per mettere fine al braccio di ferro. “Manteniamo i contatti con i nostri amici cubani” ha assicurato due giorni fa il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Nel febbraio scorso, nelle sale del Cremlino hanno accolto Bruno Rodríguez, ministro dell’Energia cubano. Putin gli ha ricordato come la Russia sia “sempre stata al fianco dell’isola nella sua lotta per l’indipendenza e per il diritto di seguire un proprio percorso di sviluppo”: “Sapete bene quale sia la nostra posizione al riguardo”.

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