Il “processo di Savona”, l’ultimo prima dei Tribunali speciali di Mussolini. La nostra Storia discende dal sacrificio di Turati, Rosselli, Parri e Pertini
di Stefano Milano (Libreria Ubik Savona)
Correva l’anno 1926, esattamente cento anni fa. Nell’auto che viaggiava in piena notte verso Savona, evitando fortunosamente alcuni posti di blocco, c’erano un giovane Adriano Olivetti alla guida, e insieme a lui Filippo Turati, Carlo Rosselli e Ferruccio Parri.
Il vecchio leader socialista Turati fuggiva dai piantonamenti e dalle minacce continue delle milizie. Si doveva evitare la stessa sorte subita già da Matteotti, Gobetti, Amendola, uccisi proprio per mano fascista. Li aspettava a Savona un giovane avvocato socialista, Sandro Pertini, che qualche giorno prima era stato aggredito e ferito da un gruppo di fascisti. L’intento era espatriare in barca verso la Corsica francese libera. Il regime di Mussolini in quegli anni aveva svoltato in senso autoritario: devastazione di sedi sindacali, carcere per i dissidenti, scioglimento dei partiti di opposizione, giornali sotto controllo. Era il periodo delle repressive ‘leggi fascistissime’, tra queste il divieto di espatrio.
La fuga in Francia di Turati e Pertini riuscì. Rosselli e Parri quando tornarono furono arrestati, e l’anno dopo vennero tutti processati. Il pubblico ministero (che dipendeva dall’esecutivo, essendo gerarchicamente inserito nel ministero della Giustizia e dovendo sottostare a direttive ministeriali) chiese 5 anni di carcere per il reato di espatrio clandestino, Rosselli e Parri si difesero in aula sostenendo che era un processo politico, e che “soccorrere un perseguitato politico a espatriare è un dovere morale e civile”. La Corte li condannerà soltanto a 10 mesi perché Turati e Pertini vennero sì considerati espatriati politici, ma con l’attenuante di essere andati in Francia per curarsi. Dopo la lettura della sentenza, fuori dal tribunale (oggi Palazzo Santa Chiara) centinaia di savonesi aspettarono il verdetto e applaudirono sotto gli sguardi dei fascisti.
Fu l’ultima volta che gli imputati si trovarono di fronte magistrati ordinari. Mussolini, a cui non bastava più soltanto indirizzare i pubblici ministeri ma voleva anche orientare le decisioni dei giudici, infuriato per la sentenza lieve istituì definitivamente i Tribunali speciali: l’anno dopo nel 1928 Antonio Gramsci venne giudicato e condannato a 20 anni di carcere (dove morì) da un Tribunale speciale composto dalle fecce della Milizia. Fu non solo il tramonto della giustizia liberale, ma anche il sovvertimento delle parti giuridiche: i delinquenti giudicarono un uomo onesto.
I fatti del cosiddetto “Processo di Savona”, l’ultimo processo libero prima della dittatura, segnarono il passaggio verso una giustizia controllata politicamente.
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In quell’auto verso Savona, in quella barca verso la Corsica, in quell’aula di tribunale c’erano uomini integerrimi che cercavano di opporsi al nascente regime. Il fascismo si sentiva minacciato dalla forza contagiosa del loro pensiero libero e dissidente, ma era un pensiero che nel frattempo nel nostro Paese si affievolì sempre più, fino a spegnersi del tutto. Non tutti loro quindi riuscirono molti anni dopo a vedere l’alba della Repubblica: Turati morì a Parigi, Rosselli fu ucciso sempre in Francia da sicari fascisti. Ma gli altri sopravvissero, e contribuirono a costruire il nascente Stato democratico: Parri fu il primo presidente del Consiglio, Pertini divenne poi Presidente della Repubblica.
Per loro e per i Costituenti la questione della giustizia fu quindi centrale: si decise di smantellare i tribunali speciali, e tornare a un sistema di giustizia ordinaria basato su indipendenza dei giudici, garanzie processuali, obbligatorietà dell’azione penale (senza quindi indirizzi di priorità dettati dall’esecutivo) e si decise di riportare i magistrati inquirenti sotto la cultura della giurisdizione insieme ai magistrati giudicanti, con anche l’istituzione del Consiglio Superiore della Magistratura per garantirne l’indipendenza. Il tutto nella consapevolezza che, per evitare il ritorno della barbarie fascista, non bastava una disposizione transitoria ma era necessario impedire che un governo a venire potesse usare di nuovo la giustizia come strumento condizionante o repressivo della libertà di parola dei singoli.
Questa è la nostra storia, non dimentichiamolo.