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In Iran è scontro tra un governo imperialista, uno neofascista e uno islamista. Ma la vittima è una sola

La popolazione teme anche che se gli Usa tornassero oggi al tavolo dei negoziati con il regime sarebbe nuovamente confrontata a una micidiale repressione
In Iran è scontro tra un governo imperialista, uno neofascista e uno islamista. Ma la vittima è una sola
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di Claudia De Martino

Per una volta, in Italia non sembrano esserci dubbi sul fatto che la guerra condotta contro l’Iran sia un atto criminale, contrario al diritto internazionale e, più pragmaticamente, agli interessi nazionali, in un Paese totalmente dipendente dall’estero dal punto di vista energetico (per il 73,5% nel 2024).

La Sinistra sull’Iran ha reagito compatta. Il Pd ha immediatamente chiesto il cessate il fuoco e nessun supporto logistico all’intervento militare. Su una nota simile si è espresso il M5S, che, oltre ad aver accusato il governo Meloni di subalternità agli Stati Uniti, gli ha chiesto di prodigarsi per convocare il Consiglio di sicurezza dell’Onu per mettere fine alle ostilità. Anche il Governo Meloni ha deciso saggiamente di non rispondere alle richieste di aiuto di Trump. Per una volta, i partiti sono in totale sintonia con la maggioranza degli italiani, che dichiarano al 56% di essere contrari alla guerra.

Oltre agli italiani, anche i cittadini statunitensi si esprimono prevalentemente contro la guerra (solo il 27% approva l’attacco), in linea con il sentire generalizzato dei cittadini dei 27 Paesi europei, in cui l’approvazione è in media ancora inferiore, attestandosi intorno al 20%. Solo l’opinione pubblica israeliana si staglia in netta controtendenza, con tutti i principali partiti dell’opposizione favorevoli e un sostegno politico trasversale pari all’82% dei cittadini ebrei. In considerazione dei sondaggi, sembrerebbe che questa sia la guerra più ingiusta e impopolare che sia stata condotta in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq (2003).

Ora, anche volendo credere ad un intervento pro-manifestanti, è difficile argomentare a favore di una guerra condotta dagli Stati Uniti e Israele, due potenze aggressive, espansionistiche e revisioniste, che certamente non difendono né in patria né altrove i valori democratici e non sono intervenute in Iran nel nome della “responsabilità di proteggere” (intervento che oltretutto avrebbe dovuto preventivamente essere autorizzato dall’Onu, organizzazione che entrambe denigrano). Tuttavia, non è nemmeno possibile auspicarsi la tenuta della Repubblica islamica, che resta il regime criminale contro cui una maggioranza di cittadini inermi (intorno al 78% si dichiaravano ostili al regime) ha marciato tra il 6 e il 9 gennaio: non tanto per protestare ancora una volta contro l’imposta islamizzazione della società, che pure risulta odiosa ad una società che ha una lunga tradizione secolare antecedente, ma contro il degrado delle loro condizioni di vita e la spoliazione sistematica delle risorse del paese da parte del regime (ayatollah e Pasdaran) per scopi privati o per alimentare l’arsenale di guerra contro il “grande” e il “piccolo Satana”.

Il regime ha impiegato un livello tale di brutalità nel reprimerli, che tra le 6000 e le 11000 persone ne sono rimaste uccise e ha “venduto” il rilascio dei corpi dei manifestanti ammassati negli obitori in cambio di cifre abnormi o dichiarazioni false (ovvero che appartenessero alla milizia Basij). E anche prima dell’ondata di manifestazioni, dopo 47 anni di preparazione alla guerra contro l’Occidente, non ha previsto (come Hamas) nemmeno un bunker per la sua popolazione civile che oggi soffre sotto le bombe.

Se i nomi delle guerre rivelano le intenzioni propagandistiche dei rispettivi regimi, in Iran la “vittoria di Khaybar”, il nome assegnatole dalla Repubblica islamica, richiama una battaglia coranica del 628 d.C. (settimo anno dell’Egira) nei pressi dell’oasi di Khaybar, a nord di Medina, che segnò una vittoria decisiva del Profeta Maometto sulle tribù ebraiche. Oggi conquistare “Khaybar”, un’oasi allora associata alla ricchezza agricola, significherebbe tenere testa alle due più aggressive potenze dell’Occidente e rafforzare nel mondo musulmano la propria posizione di guida della “resistenza” militare all’ordine mondiale unipolare degli Stati Uniti. In definitiva, la ricetta sicura per un’altra serie di guerre. Dall’altro lato della barricata, il nome attribuitole da Israele – “Leone ruggente” – richiama la Bibbia e uno dei suoi tanti passaggi bellicistici in cui si preconizza il trionfo di Israele sui propri nemici: “Ecco, il popolo si leverà come un grande leone e (…) non si coricherà finché non avrà divorato la preda e bevuto il sangue degli uccisi” (Libro dei Numeri, 23:24).

Al contrario, la “Furia epica” trumpiana non richiama alcuna tradizione religiosa ma rievoca, secondo la Cnn, una “monumentale volontà di guerra”. In sintesi, attraverso una sommaria analisi del discorso condotto nei tre Paesi a beneficio delle rispettive opinioni pubbliche, si potrebbe dedurre che l’Iran pensi che l’Islam politico sciita, di cui è guida, prima o poi trionferà su propri nemici e s’imporrà com’è stato per il Profeta; Israele pensa lo stesso ma all’interno di un immaginario referenziale biblico, e gli Usa di Trump pensano solo di poter infliggere una pesante lezione “alla venezuelana” ad un Paese che non si è piegato ai loro diktat.

I cittadini iraniani, uniche vere vittime di questo conflitto, sono quindi confrontati a tre potenze autoritarie e fanatiche: l’ultima cosa che hanno a cuore sono i loro diritti. Sono schiacciati – come ben illustrano Stéphanie Roza e Amirpasha Tavakkoli, autori del bellissimo libro Lumières et anti-Lumières en Iran (PUF, 2026) – tra fascismo e islamismo politico interno, due ideologie che, seppur apparentemente distanti, derivano da uno stesso tronco concettuale: il rigetto, o l’incorporazione selettiva, della modernità, che va bene solo quando si presenta sotto la forma di avanzamento tecnico, ma non culturale, politico o sociale. Roza e Tavakkoli concludono infatti che “l’islamismo appartiene alla stessa famiglia politica del fascismo: una reazione alla democrazia, alla parità tra uomini e donne, ai diritti delle minoranze, al multilateralismo”.

In Iran oggi si sta consumando uno scontro tra tre titani: un regime imperialista (gli Usa), un governo neofascista (Israele) e uno islamista (Iran). La popolazione, che oggi forse si pente di essere arrivata ad auspicare un aiuto esterno, teme anche che se gli Usa tornassero oggi al tavolo dei negoziati con il regime, indebolito ma ancora saldamente al potere, sarebbe nuovamente confrontata ad una micidiale repressione, ad una politica orientata al riarmo nucleare e al confronto militare regionale ai danni dello sviluppo interno. Molti sperano solo, al termine di questa guerra, di trovare sollievo dalle gravi difficoltà economiche in cui il Paese si dibatte, dall’inflazione e dalla disoccupazione causate dalla cattiva gestione del regime, dalla sua corruzione e dalle sanzioni che gli ha attirato.

Tutto questo nella paralisi dell’Europa, a cui non basta sfilarsi dalla guerra ingiusta e avventata di Israele e Stati Uniti, ma che dovrebbe anche assumere un ruolo propositivo, indicando come porre fine agli opachi investimenti dei Pasdaran nella Ue, capaci di aggirare le sanzioni, come controbilanciare gli Usa di Trump in una Nato sempre più svuotata di senso, come arginare un Paese come Israele, ormai in preda ad un espansionismo tossico ai danni di tutti i propri vicini e – perché no? – magari proporsi come mediatore nel conflitto, partendo dal punto fermo che una transizione all’interno del regime verso l’ala riformista sia non solo auspicabile ma ormai inevitabile.

In altri termini, ricominciare a elaborare una politica estera all’altezza delle sfide correnti, in un contesto globalmente sempre più instabile per l’assenza di nuove alleanze multilaterali capaci di ergersi a difesa di quei diritti umani e di quelle regole internazionali così difficilmente negoziati nel ‘900. Un insieme di diritti e regole a cui, però, tutti e tre i contendenti dell’attuale conflitto sono palesemente ostili.

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