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“Palestinese in vendita”: coloni israeliani pubblicano la foto di un 39enne con disabilità legato e bendato. La madre: “È sparito dal 2024”

L'uomo era sparito il 20 agosto 2024 durante l'operazione di terra dell'esercito israeliano a Khan Younis. A riconoscerlo dallo schermo di uno smartphone è stata la madre, Zohar Sharab, su segnalazione di un familiare
“Palestinese in vendita”: coloni israeliani pubblicano la foto di un 39enne con disabilità legato e bendato. La madre: “È sparito dal 2024”
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Palestinese in vendita“. Seduto a terra. Occhi bendati. Polsi legati. L’espressione terrorizzata. L’uomo – immortalato umiliato su un account social appartenente a coloni israeliani – è Mohammed Rabi Said Sharab, 39 anni, con fragilità psichiche. Era sparito il 20 agosto 2024 durante l’operazione di terra eseguita dall’esercito israeliano a Khan Younis. A riconoscerlo dallo schermo di uno smartphone è stata la madre, Zohar Sharab, su segnalazione di un familiare.

Da allora ha cercato di mettersi in contatto con la fonte del post e con le autorità israeliane, senza ricevere alcuna risposta. “Era lui. Anche se era bendato e in tenuta da prigioniero ho riconosciuto i suoi capelli e il suo naso. Era lui”, dice Zhara che da più di un anno vive in uno stato di ansia perenne a causa dell’assenza di informazioni su suo figlio. “Vorremmo solo sapere se è vivo o morto. Dov’è? E in quale prigione è recluso?”, sono alcune delle domande disperate che rivolge alle autorità di Tel Aviv (o a chiunque abbia informazioni su di lui) mentre parla con Sahat, Al Jazeera e altre testate. “Quando siamo rientrati da Rafah, dopo più di due mesi senza tornare a casa, ci siamo rivolti alla Croce Rossa e a diverse organizzazioni, ma senza esito positivo. Nessuno ha saputo fornirmi informazioni”. La preoccupazione di Zohar aumenta là dove suo figlio è affetto da “una malattia mentale” e ha bisogno di “cure e attenzioni specializzate”. Mohammed è uscito di casa un pomeriggio e non è più tornato. “Abbiamo aspettato a lungo, giorno e notte, ma non è tornato – racconta la madre – È stato cercato in ospedale, anche tra le persone uccise e ferite. Ma niente”. Per il momento le autorità di Tel Aviv non hanno fornito alcuna prova di vita su Mohammed né informazioni sullo status legale o l’eventuale luogo di detenzione del 39enne. “Penso sempre a lui. Lo ricordo tutti i giorni. Sono persa, sono completamente persa”, aggiunge la madre il cui dolore si è acuito dopo la beffa social dei coloni. “Non posso dimenticarlo, semplicemente non posso”, osserva mentre stringe tra le mani una fototessera di Mohammed. “Lo scorso Eid ero in lutto, così come durante il Ramadan. Vorrei solo sapere la verità”.

Nelle prime ore alcuni conoscenti, interpellati dai familiari, assicuravano che Mohammed fosse stato portato all’università di Al Alqsa. “È qui e non vuole calmarsi”, avevano riferito alla madre. Dopo i primi tre giorni di attesa e ricerche a vuoto i familiari hanno affisso alcuni cartelli con richieste di informazione sul 39enne e il loro sforzo non viene meno. “È un uomo tranquillo e fragile. Non ci sarebbe ragione per trattenerlo o fargli del male. Con il tempo viene meno la speranza di rivederlo”, spiega suo fratello che non ha smesso di cercarlo.

Mohammed è considerato un “non elencato” da parte delle autorità israeliane. Come lui ci sono altri 5mila palestinesi in sparizione forzata, svaniti nel nulla in punti di distribuzione, strade e ospedali della Striscia. “Le denunce sono tutte formalizzate”, commenta l’avvocato Khaled Quzmar, che negli ultimi anni ha seguito numerosi casi, soprattutto di bambini, denunciando “un sistema fondato sulla disinformazione“. Il legale denuncia che “Israele sottomette le famiglie a uno stato di incertezza permanente. E questo fa parte di una strategia deliberata“.

Neppure l’eventuale reclusione di Mohammed offre ulteriori certezze, vista la sistematicità delle violazioni dei diritti umani di Tel Aviv sui palestinesi. Quasi cento di loro sono morti sotto custodia israeliana (due terzi di loro provenivano da Gaza) dallo scorso 7 ottobre, sostiene l’Ong Israelí Physicians for Human Rights Israel, tra le prime a denunciare il premier Benjamin Netanyahu di perpetrare un “genocidio” nella Striscia di Gaza. A fine novembre 2025 l’ong denunciava una “violenza istituzionalizzata” contro i prigionieri, vittime di torture e “gravi negligenze mediche, come malnutrizione estrema o negazione dell’attenzione vitale”.

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