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Morto Umberto Bossi: il magico arruffone, il Senatur dal fiuto finissimo e dai modi barbarici

Aveva una capacità assoluta di essere sempre al centro della scena: il federalismo non è stato un vocabolo dal sen fuggito ma la pietra miliare di una politica che nei ceti produttivi, nelle partite iva, nel mondo dei piccoli commercianti e artigiani raccoglieva consensi e promesse
Morto Umberto Bossi: il magico arruffone, il Senatur dal fiuto finissimo e dai modi barbarici
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Umberto Bossi è stato un magico arruffone, uno straordinario politico dal fiuto finissimo e dai modi barbarici. Ha cambiato l’Italia, e creato nel vocabolario comune la Padania, nel grande Nord, il suo mito. Non ha creato solo la Lega gli è riuscito di dare dignità a un sentimento, all’idea che c’è un Paese dentro il Paese. Bossi aveva 84 anni, era malato dal 2004 quando un coccolone lo colse sul più bello di un duetto con Mino Reitano. Lui, cioè Reitano, cantava un motivetto del momento: Italiaaa, Italiaaa, e Bossi il senatur lo rimbalzava con Padaniaaa, Padaniaaaa. Da Gemonio, la sua casa che poi sarà anche il destino malefico per via dei figli golosi dei piaceri della vita: in quelle mura giunsero e furono assorbiti e distratti dal circo familiare molti danari del finanziamento pubblico.

Alla Lega lui dette tutto se stesso e riuscì nell’impresa che nessuno aveva previsto: sfondare la linea del Piave, bucare la Romagna, attraversare Firenze e conquistare Roma.

Fu eletto per la prima volta al Senato nel 1987 e noi giornalisti imparammo a conoscerlo e a citarlo come il Senatur.

Viveva maggiormente di notte, amava cantare (si dice che avesse partecipato al festival di Castrocaro del 1961 col nome di Donato), amava la pizza e la cedrata. Aveva un tale disordine intestinale che i suoi passi erano accompagnati da ripetute eruzioni sonore. “Non si lava”, statuì Montanelli. Pietro Citati disse che era il perfetto uomo da bar. Un po’ strambo, un po’ matto, ma profetico.

Bossi legittimò il razzismo antimeridionale con uno storico manifesto: “Fora dai ball“. Negli anni in cui concimava il sentimento identitario e curava personalmente anche l’attacchinaggio, illustrò con una figura assolutamente esemplificativa, la sua posizione politica. Il Nord era la mucca pregiata e il Sud beveva alla mammella il suo latte. C’era l’avellinese Ciriaco De Mita a Roma, il governo era detenuto dalla forza trainante della Dc campana. Il potere era tutto meridionale quando Umberto Bossi, che davvero nessuno aveva visto arrivare, mise le tende a Roma.

1992, la discesa dei barbari, dei primi parlamentari leghisti. Gente da bar, come scriveva Citati, sprovveduta culturalmente ma terribilmente vicina alla gente da cui aveva avuto il voto. Del resto l’Umberto era diplomato alla Scuola Radio Elettra di Torino, diceva rodomontate ma aveva una capacità assoluta di essere sempre al centro della scena, di rivendicare il ruolo del nord mortificato da “Roma ladrona“.

Il federalismo non è stato un vocabolo dal sen fuggito ma la pietra miliare di una politica, la traiettoria di uno schieramento che nei ceti produttivi, nelle partite iva, nel mondo dei piccoli commercianti e artigiani raccoglieva consensi e promesse. In pochi anni, meno di venti, la Lega ha dominato e governato le regioni del Nord, motivato e allenato centinaia di amministratori, sviluppato una narrazione fenomenale. Conta il nord, perché il Nord produce.

E il nord arriva al potere con Silvio Berlusconi col quale Umberto Bossi prima fa l’affare della vita, si allea e così arriva al governo (ministro delle Riforme) e poi lo fa fuori, provocando la crisi di governo e chiamandolo Berluscaiser o anche Berluscaz.

Arriva il 2004 e il coccolone. Lui non ruggisce più, non è il leone di un tempo. La Lega, la sua Lega, lo sopporta a stento fino a che nel 2012 si dichiara nella sostanza il divorzio politico. Bossi verrà sempre candidato ed eletto ma senza più nella sostanza diritto di parola. Con Silvio Berlusconi ritrova la pace, insieme come vecchi amici. Ma il vento è cambiato e la politica non lo riconosce più. La televisione non lo chiama più e lui nemmeno ha più dimestichezza con la parola. L’ictus gli farà progressivamente perdere la capacità di illustrare con compiutezza il proprio pensiero e lo lascia sillabare stancamente.

Passano gli anni, lui è sempre a Gemonio. Muore a Varese nell’ospedale che ventidue anni prima era riuscito a salvarlo.

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