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Mattia Battistetti morto in cantiere a 23 anni: assolti il responsabile dei lavori e il rappresentante dell’azienda. La madre: “Chi l’ha ucciso?”

In primo grado sono stati condannati solo un gruista, il responsabile del servizio prevenzione e protezione e il coordinatore per la sicurezza in fase esecutiva. Il pm aveva chiesto di condannarli. La madre: "Come si può ricevere una sentenza in cui “il fatto non sussiste”? Significa che mio figlio non è morto per un incidente sul lavoro?"
Mattia Battistetti morto in cantiere a 23 anni: assolti il responsabile dei lavori e il rappresentante dell’azienda. La madre: “Chi l’ha ucciso?”
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“Un ragazzo di 23 anni morto sul lavoro non meritava questo. Ci aspettavamo giustizia per Mattia, non tutta questa delusione e un dolore che non ti fa respirare”. La solita voce, carica di energia, di Monica Michielin, lascia il posto a quella rotta dal pianto. Tra le lacrime riesce a commentare la sentenza del processo per la morte del figlio, Mattia Battistetti, il 23enne travolto da un bancale di 15 quintali caduto da una gru il 29 aprile 2021 in un cantiere a Montebelluna (Treviso). Il tribunale di Treviso questa mattina ha condannato in primo grado a un anno e sei mesi con pena sospesa Loris Durante, gruista della Costruzioni Bordignon, Marco Rossi, responsabile del servizio prevenzione e protezione, e Gabriele Sernagiotto, coordinatore per la sicurezza in fase esecutiva. Mentre il legale rappresentante della ditta che aveva eseguito il montaggio della gru da cui si è staccato il carico, il titolare del cantiere e responsabile dei lavori e il legale rappresentante dell’azienda per cui lavorava Battistetti sono stati assolti dall’accusa di omicidio colposo e violazione delle norme di sicurezza.

Signora Monica, crede ancora nella giustizia?
È molto difficile riuscirci in questo momento. Non ci saremmo mai aspettati una sentenza simile. Dopo oltre venti udienze, alla fine delle quali il pubblico ministero ha chiesto 15 anni complessivi di condanne per gli imputati, cioè dirigenti, tecnici di cantiere e figure preposte alla sicurezza, come si può ricevere una sentenza in cui “il fatto non sussiste”? Significa che mio figlio non è morto per un incidente sul lavoro? Chi l’ha ucciso?

Una decisione che esclude di fatto le responsabilità dirette dei vertici aziendali inizialmente indagati.
È un mese che mio marito ed io non chiudiamo occhio. Siamo finiti. Non ci aspettavamo una sentenza che ci rendesse felice, perché la felicità è un’altra cosa che una madre che perde un figlio difficilmente riuscirà più a provare. Ma quello che ha deciso la giudice del Tribunale di Treviso, Alice Dal Molin non posso accettarlo. Mi sono sentita male sentendo quelle parole. Ringrazio gli amici di Mattia della Croce Bianca che mi hanno subito soccorsa. Il dolore è troppo forte. È una sentenza che non rende giustizia né a mio figlio né ai tanti, troppi lavoratori vittime di infortuni mortali sul lavoro. Oggi avevamo anche la preghiera del Santo Padre, perché mi ha scritto anche lui, ma neanche quella è servita.

Da cinque anni lei, suo marito e sua figlia vi battete per “ottenere giustizia”. Chiedete che la morte di Mattina non venga dimenticata.
Mattia non era un numero, né un semplice fatto di cronaca. Era un figlio, una persona, un ragazzo con una vita davanti, con sogni, affetti e un futuro che gli è stato tolto. Dietro la sua morte c’è una storia che merita attenzione, rispetto e verità. Ha lasciato un dolore immenso nella nostra famiglia, ma anche domande che non nascono dal desiderio di vendetta, ma da un bisogno di verità e rispetto.

All’esterno del tribunale, la sentenza è stata accolta tra le grida di “vergogna” dei tanti manifestanti.
In tutti questi anni la nostra battaglia è stata sempre supportata dai colleghi di Mattia e dai sindacati che si sono costituiti parte civile. Tutti delusi. L’accusa è stata sempre che Mattia, che lavorava in subappalto, non è più tornato a casa. E ora non sappiamo neanche di chi è la responsabilità. Tra 60 giorni, quando usciranno le motivazioni della sentenza, faremo ricorso in Appello. Intanto si continua a morire di lavoro e sul lavoro, nelle fabbriche, nei campi e nei cantieri edili. Nella nostra famiglia c’è una sedia vuota e resterà vuota per sempre. Mattia merita giustizia.

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