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L’avvocato della famiglia di Chiara Poggi: “Scandaloso usare Garlasco per il Sì. Voterò No, temo pm troppo potenti”

Gian Luigi Tizzoni, che assiste i genitori della 26enne uccisa, spiega la sua contrarietà alla riforma Nordio: "Mi spaventa l’idea di un pubblico ministero svincolato dal giudice"
L’avvocato della famiglia di Chiara Poggi: “Scandaloso usare Garlasco per il Sì. Voterò No, temo pm troppo potenti”
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“È scandaloso citare il caso Garlasco come esempio di inefficienza della giustizia, o di sudditanza dei giudici verso i pm. Anzi, è esattamente il contrario: in questo processo, anche se con tempi lunghi, si è arrivati a stabilire la verità. E i giudici hanno mostrato autonomia sia rispetto all’accusa, sia rispetto agli altri giudici”. Gian Luigi Tizzoni è l’avvocato della famiglia di Chiara Poggi, la 26enne uccisa il 13 agosto 2007 nel paese della Lomellina ad opera – secondo una sentenza definitiva – dell’allora fidanzato Alberto Stasi. Un caso di cronaca nera tra i più mediatici della storia d’Italia, riesploso di recente con la nuova indagine nei confronti di Andrea Sempio e finito nel tritacarne della campagna referendaria: la premier Giorgia Meloni ha esortato a votare Sì alla riforma Nordio “perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco”, alludendo a un presunto errore giudiziario in realtà tutto da dimostrare. Ma Tizzoni, che in questa storia rappresenta le vittime, non è affatto d’accordo. E annuncia al Fatto il suo No al referendum di domenica e lunedì: “Mi spaventa l’idea di un pubblico ministero svincolato dal giudice, con un potere mediatico che sarebbe probabilmente ancora più forte di adesso”.

Avvocato, molti suoi colleghi lamentano di essere penalizzati dal fatto che giudici e pm siano colleghi. Lei come la vede?

Ho letto la vostra intervista al professor Coppi e condivido tutto quello che ha detto. È dai tempi di Tangentopoli che si parla di questo presunto appiattimento dei giudici rispetto alle Procure, ma io in tanti anni di carriera non l’ho mai notato. E direi che a smentirlo, in generale, sono i numeri delle sentenze di assoluzione. Come ha detto Coppi, se un problema di questo tipo esiste, riguarda semmai singole persone e non si risolve con una riforma che impatta profondamente sulla nostra Costituzione. In ogni caso, io non ho mai percepito una minore attenzione dei giudici per la difesa rispetto all’accusa: la vicenda di Garlasco se vogliamo lo dimostra.

Riassumiamo: in primo grado e in Appello i pm chiedono la condanna di Stasi, ma i giudici lo assolvono. La Cassazione annulla l’assoluzione e rimanda il processo ai giudici di secondo grado, che lo condannano a 16 anni con sentenza poi diventata definitiva. Carlo Nordio, il ministro della Giustizia, ha detto: “Trovo irragionevole che dopo due sentenze di assoluzione sia intervenuta una condanna senza rifare l’intero processo”.

È una semplificazione completamente sbagliata, e dimostra un problema di comprensione della vicenda. Nel caso Garlasco è successo proprio quello che dice il ministro: nell’Appello bis non ci si è limitati a rileggere gli atti, ma sono state disposte due perizie e ascoltati decine di nuovi testimoni. È stato quindi un nuovo processo a tutti gli effetti, come dimostra il fatto che sia durato otto mesi, da aprile a dicembre 2014, con una quindicina di udienze. E questo è successo perché la Cassazione, annullando l’assoluzione di Stasi, ha evidenziato le violazioni commesse dai giudici precedenti nel non acquisire le prove che io avevo chiesto. La Cassazione è il giudice delle regole, non valuta il merito ma la correttezza dello svolgimento del processo: l’idea che non possa intervenire se ci sono state due assoluzioni mi sembra qualcosa di pericoloso.

Di recente la Procura di Pavia ha riaperto il caso con grande impatto mediatico, arrivando a ipotizzare la corruzione di un magistrato che se ne occupò. Come può influire la separazione delle carriere su vicende simili?

Questo secondo me è il cuore del problema: è stata fatta passare l’idea che un’indagine in corso, per definizione segreta, abbia più credibilità di una sentenza definitiva. Nel 2015, la conferma della condanna di Stasi è stata pronunciata nell’aula magna della Cassazione, al termine di un contraddittorio pubblico, da cinque magistrati autorevoli ed esperti. Oggi all’italiano medio è dato credere che quella non sia la verità, ma la verità stia invece nella nuova indagine. Con la separazione delle carriere rischiamo di avere pubblici ministeri molto più potenti anche come capacità di convincimento dell’opinione pubblica, e questo mi preoccupa molto.

Vede il rischio di un controllo politico sulle Procure?

Mi pare che Nordio l’abbia detto chiaramente: “Questa riforma servirà anche al Pd quando sarà al governo”. Il concetto è chiaro: si portano i procuratori a obbedire al governo, poi tocca una volta a uno e una volta all’altro. Ma così si rischia di liberare il genio della lampada e non riuscire più a rimetterlo dentro. La Costituzione è stata studiata perché nessun potere fosse preponderante rispetto agli altri: con questa riforma si vorrebbe bilanciare la magistratura al suo interno, ma si finirà per creare un gruppo di magistrati troppo potente, non solo nei confronti degli altri magistrati, ma nei confronti della società.

Secondo lei perché tanti suoi colleghi, soprattutto penalisti, fanno campagna per il Sì?

Il concetto lo capisco e ha una sua ragionevolezza, anche se è un po’ semplicistico: se io sto da una parte e il pm dall’altra, il giudice dev’essere terzo. Molti avvocati pensano che questa terzietà sia compromessa dal concorso unico, dal Consiglio superiore della magistratura unico e dalla possibilità – peraltro ormai utilizzata in uno sparuto numero di casi – di passare da una funzione all’altra. Forse però dovremmo capire è che non sono questi i problemi della giustizia, e le riforme necessarie sarebbero altre: ad esempio, servirebbe una valorizzazione del ruolo del gip nella fase delle indagini. Con la separazione delle carriere invece temo che quella fase, già difficoltosa per noi avvocati, lo sarà ancora di più.

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A cura di Paolo Frosina
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