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Berluskaiser e l’Umbertone: 30 anni di amicizia, rivalità, insulti e alleanze tra Berlusconi e Bossi

Tra il fondatore di Forza Italia e quello della Lega tutto e il contrario di tutto, in 30 anni che hanno cambiato per sempre (la mancanza di un aggettivo è voluta) la storia della politica italiana
Berluskaiser e l’Umbertone: 30 anni di amicizia, rivalità, insulti e alleanze tra Berlusconi e Bossi
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Bossi e Berlusconi, Silvio e Umberto, nemici, amici, alleati, rivali: tutto e il contrario di tutto, in 30 anni che hanno cambiato per sempre (la mancanza di un aggettivo è voluta) la storia della politica italiana. Scena da un matrimonio: Tremonti mediava, Silvio per il Senatùr divenne “un fratello“. Fra i più commossi nel Duomo di Milano per l’ultimo saluto a Silvio Berlusconi, c’era Umberto Bossi. In quegli istanti al fondatore della Lega saranno passati nella mente decine di immagini e ricordi di un rapporto in cui rivalità politica e amicizia si sono intrecciati con alti e bassi: “attenti a Berluskaiser“, diceva nel ’94 diffidente il Senatùr, prima di diventare ospite fisso delle cene al lunedì ad Arcore, dove il Cavaliere voleva sempre “l’Umbertone“. E alla fine, “per tanti anni” Berlusconi è stato per lui “come un fratello”.

In vista delle elezioni del 1994, Berlusconi manda una lettera a Bossi per invitarlo a trovare “identità di vedute”. Arriverà l’accordo, “a cui siamo costretti”, ammette il leghista, che mette sul piatto il federalismo e l’antitrust e propone un “blind trust’’ per la gestione dei beni di proprietà del magnate. Ma solo dopo un battibecco continuo fra il Cavaliere e il Senatùr: è “rozzo”, va dicendo il primo; “lo sbraniamo vivo”, replica il secondo. La strana coppia vince le elezioni, i due governano insieme ma il rapporto è ancora difficile. Il premier fa finta di non sentire quando ai comizi l’alleato lo chiama Berluscaz, Forzacoso, e così via, senza lesinare riferimenti a mafia e fascismo. La riconciliazione arriva dopo la “notte di Arcore“, il 13 agosto, con la famosa passeggiata nel parco di Villa San Martino e la stretta di mano davanti ai giornalisti, dopo l’invito che inaugura una tradizione della politica italiana, le cene del lunedì sera nella residenza del Cavaliere. Dura poco, però, l’incantesimo. Alcuni commenti poco edificanti di Berlusconi vengono carpiti da un giornalista, poi la Rai, la finanziaria, la nomina di Emma Bonino come commissario europeo al posto del leghista Francesco Speroni: un climax che in nove mesi porta Bossi alla mozione di sfiducia, sottoscritta con il Ppi. Una liberazione, per il Senatùr, “è ora di brindare”. Più avanti avrebbe raccontato di essersene pentito.

Al ribaltone seguono reciproche accuse di tradimento. “Berlusconi è uno che di politica ‘el capiss ‘na gott’. È invece bravissimo a scegliere presentatrici tv“. Quando nel 1998 un riavvicinamento è in vista, i due si dicono d’accordo su una solo cosa: a non mangiare sardine insieme, cioè a non incontrarsi per tentare quel contro-ribaltone contro l’Ulivo. Con gli anni entrambi capiscono di non avere alternative. Giulio Tremonti fa da mediatore, a fine dicembre 1999 c’è un faccia a faccia distensivo in una saletta dell’aeroporto di Linate. “Berlusconi è migliorato”, dice Bossi nel gennaio del 2000. Un paio di mesi dopo torna ad Arcore per rinnovare una tradizione interrotta ormai da sei anni. Fra una cena e una colazione a villa San Martino prende forma la Casa delle libertà, che vince le elezioni del 2001. Non mancano fibrillazioni, ma si riesce sempre a trovare un compromesso. Una volta la pace va in scena a margine del funerale di Ernani Confalonieri, padre di Fedele, nel cimitero di Comerio.

Nel 2004, mentre Bossi è ricoverato, Berlusconi si presenta a sorpresa all’abbazia di Pontida, dove centinaia di leghisti al Vespro per gli ammalati pregano per la salute del ‘capo’. I due saranno insieme all’opposizione e poi, nel 2008, di nuovo al governo. Con i loro tradizionali screzi, ma sempre più uniti. Uno desideroso sempre avere il coltello dalla parte del manico, l’altro capace di farsi concavo e convesso. “Con Berlusconi si può trattare: poi se ti da la parola, la mantiene“, si convincerà alla fine il leader leghista, cercando di tramandare questa esperienza a Matteo Salvini. “Silvio era diverso da come veniva descritto – il suo ultimo tributo prima del funerale al Duomo di Milano – i suoi principi erano il bello, il buono e il giusto“.

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