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Iran, dall’attacco chirurgico su Kharg agli attriti con Israele per i raid sui depositi: così Trump tenta di evitare il boom del prezzo del petrolio

Il drone che ha rallentato per alcune ore la Fujairah Oil Industry Zone è un salto di livello nella risposta di Teheran alle bombe di Washington e Tel Aviv. Il presidente Usa teme l'aumento dei costi in vista delle elezioni di mid-term
Iran, dall’attacco chirurgico su Kharg agli attriti con Israele per i raid sui depositi: così Trump tenta di evitare il boom del prezzo del petrolio
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Il drone che nelle scorse ore è piombato sulla Fujairah Oil Industry Zone ha causato un incendio che ha interrotto per alcune ore le operazioni nel principale hub di stoccaggio petrolifero del Medio Oriente. Teheran aveva già colpito impianti in Arabia Saudita e Kuwait, ma il raid contro l’impianto situato appena al di fuori dallo Stretto di Hormuz è un salto di livello nella risposta dell’Iran agli attacchi di Stati Uniti e Israele. La sua posizione consente agli Emirati Arabi di esportare oltre 1,7 milioni di barili al giorno di greggio e derivati (l’1,7% della domanda mondiale) senza passare per lo stretto, chiuso dalla Marina dei Pasdaran. Colpire Fujairah significa mettere pressione sull’intero sistema energetico del Golfo e dimostrare che nessuna infrastruttura è al sicuro, ma anche minacciare il sistema globale in un momento di forti tensioni causate dalla chiusura del choke point da cui finora è passato il 20% del greggio del pianeta.

Il riflessi della chiusura di Hormuz pesano sui mercati – il barile è stabile oltre i 100 dollari – e sui prezzi al consumo. Non è un caso che finora gli Stati Uniti abbiano evitato di colpire gli hub petroliferi iraniani. Negli States un gallone di benzina oggi costa in media 3,71 dollari quando a febbraio non andava oltre i 2,92 (+27%), con punte di 5,50 dollari in California (dove però la tassazione è più alta). A novembre ci saranno le elezioni di medio termine e Donald Trump, già alle prese con l’inflazione, non può permettersi che i prezzi vadano fuori controllo. In questi primi 17 giorni di guerra, quindi, lo US Central Command ha colpito obiettivi militari o nucleari evitando le infrastrutture energetiche per evitare shock nei mercati globali. Anche i raid del 13 marzo sull’isola di Kharg hanno distrutto depositi di mine navali e siti missilistici, ma non hanno toccato gli impianti attraverso cui passa il 90% del petrolio di Teheran.

Non solo. Il regime considera le infrastrutture petrolifere obiettivi altamente sensibili e se vedesse attaccate le proprie potrebbe iniziare a colpire in modo massiccio terminal e oleodotti nei paesi del Golfo e impianti energetici occidentali nella regione, trasformando in una guerra regionale un conflitto nel quale finora paesi come l’Arabia Saudita e gli Emirati hanno evitato di rispondere direttamente al fuoco iraniano limitandosi a intercettare missili e droni e a prendere le distanze dalle azioni degli Stati Uniti. Se il Medio Oriente piombasse in una spirale incontrollata di guerra le conseguenze sui mercati mondiali sarebbero incalcolabili e la responsabilità non potrebbe non ricadere sull’amministrazione Trump, che per sua stessa ammissione ha deciso di avviare il conflitto il 28 febbraio perché consapevole che Israele di lì a poco avrebbe iniziato a bombardare.

Ma gli interessi e gli obiettivi di Washington e Tel Aviv erano e restano differenti. Diverse fonti hanno riferito al New York Times sia Trump che l’ammiraglio Brad Cooper, numero due del Central Command, avevano diffidato Benjamin Netanyahu dal colpire i grandi depositi di petrolio alla periferia di Teheran. Invece nella notte tre il 7 e l’8 marzo le Israel Defense Forces li hanno bombardati, provocando enormi incendi e una prima impennata dei prezzi del greggio. “Non pensiamo sia stata una buona idea”, commentarono a caldo fonti Usa. L’intento di Tel Aviv, ha riferito un funzionario della Casa Bianca, era che le torri di fumo nero che si sono sollevate sulla capitale portassero a “scene drammatiche” e creassero “il caos nella leadership iraniana”. Nulla di ciò è accaduto e, anzi, è aumentato il numero di droni lanciati dai Pasdaran contro impianti energetici in Arabia Saudita e negli Emirati. Ultimo, e più importante, quello di Fujairah.

Così le nuvole nere più concrete sono quelle che allungano la propria ombra sui mercati. In una serie di riunioni alla Casa Bianca, ha riferito il Wall Street Journal, gli amministratori delegati dei colossi petroliferi americani hanno avvertito i segretari all’Energia Chris Wright e agli Interni Doug Burgum che la crisi è destinata a peggiorare. In particolare l’ad di Chevron, Mike Wirth, e quello di ConocoPhillips, Ryan Lance, hanno espresso le proprie preoccupazioni in merito alla portata delle interruzioni dei flussi di greggio dai paesi del Golfo. Il tutto mentre il blocco imposto dagli ayatollah su Hormuz non accenna ad allentarsi.

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