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“Un calice di vino riduce davvero il rischio di infarto o ictus?”: l’esperto spiega la verità dietro il nuovo studio

Diversi siti hanno rilanciato la notizia di una ricerca pubblicata sull’European Heart Journal come se arrivasse una sorta di riabilitazione scientifica del bicchiere quotidiano. In realtà lo studio racconta una storia un po’ diversa
“Un calice di vino riduce davvero il rischio di infarto o ictus?”: l’esperto spiega la verità dietro il nuovo studio
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Il vino fa bene al cuore? Dipende da come si leggono gli studi. E soprattutto da come vengono tradotti nei titoli dei giornali. In queste ore diversi siti hanno rilanciato la notizia di una ricerca pubblicata sull’European Heart Journal come se arrivasse una sorta di riabilitazione scientifica del bicchiere quotidiano. In realtà lo studio, condotto nell’ambito del progetto spagnolo PREDIMED da un gruppo di ricercatori guidato dal cardiologo e internista Ramon Estruch dell’Università di Barcellona, racconta una storia un po’ diversa.

I ricercatori hanno analizzato oltre 1.200 persone anziane ad alto rischio cardiovascolare e, invece dei tradizionali questionari alimentari, hanno misurato nelle urine l’acido tartarico, biomarcatore del consumo di vino. Incrociando questi dati con gli eventi cardiovascolari nel tempo, è emersa un’associazione tra livelli compatibili con un consumo leggero-moderato e una minore incidenza di infarto o ictus rispetto ai quasi astemi. Gli stessi autori però invitano alla cautela: si tratta di uno studio osservazionale, condotto su una popolazione specifica che seguiva una dieta mediterranea, e quindi non dimostra che il vino “protegga” il cuore. Da qui il paradosso: la ricerca suggerisce prudenza, mentre alcuni titoli sembrano già stappare la bottiglia.

Il biomarcatore dell’uva nelle urine

“Non lo definirei un salto di qualità, ma ovviamente poter avere a disposizione un marcatore biologico da associare ai questionari alimentari, cioè al diario alimentare, può aiutarci soprattutto nei protocolli di ricerca”, spiega al FattoQuotidiano.it Giovanni Addolorato, professore ordinario di Medicina Interna al Policlinico Gemelli di Roma e Presidente della Società Italiana di Alcologia -. L’uso di un biomarcatore come l’acido tartarico, infatti, consente di affiancare ai questionari alimentari una misura più oggettiva del consumo di vino, riducendo almeno in parte il rischio di errori legati all’autovalutazione dei partecipanti”.

Il possibile beneficio per il cuore

L’idea che piccole quantità di alcol possano avere un effetto protettivo sull’apparato cardiovascolare non è nuova nella letteratura scientifica. “L’effetto dell’alcol a basse dosi come possibile protettore sull’apparato cardiovascolare è già noto e questo può dipendere sia da effetti diretti dell’alcol sia dal contesto della dieta mediterranea – osserva l’esperto -. Nei Paesi mediterranei, il vino viene consumato quasi sempre durante i pasti. I pasti mediterranei sono ricchi di antiossidanti – basti pensare all’olio di oliva, alla frutta e alla verdura – e l’alcol, essendo una molecola lipofila, può aumentare il trasporto delle sostanze contenute negli alimenti e quindi la biodisponibilità di composti antiossidanti”.

Dire che il vino “protegge il cuore” è fuorviante

Questo però non significa che il vino sia un fattore di protezione cardiovascolare. “Gli stessi autori dello studio sono stati prudenti: questo non vuol dire che l’alcol protegge il cuore – sottolinea Addolorato. Uno dei problemi metodologici più discussi riguarda il confronto tra chi beve poco e chi non beve. “Molti studi hanno comparato i bevitori moderati con gli astemi, ma questo è scorretto perché tra gli astemi ci sono persone astinenti per ragioni di salute. È chiaro che in questi gruppi le curve di sopravvivenza risultano peggiori proprio per la presenza di altre malattie”. Inoltre, aggiunge lo specialista, la maggior parte delle ricerche si concentra su un solo tipo di esito. “Questi studi guardano quasi sempre alle malattie cardiovascolari, ma non considerano l’impatto complessivo dell’alcol su tutti gli organi e apparati”.

Meno bevo e meglio sto

Se si osserva la mortalità generale, il quadro cambia. “I dati più attendibili arrivano dagli studi del Global Burden of Disease, che hanno valutato l’impatto delle bevande alcoliche sulla mortalità e sulla morbilità complessiva nella popolazione mondiale – spiega Addolorato, che partecipa al progetto internazionale -. “Il risultato è chiaro: anche a basse dosi l’alcol aumenta il carico complessivo di malattia e riduce l’aspettativa di vita”. Per questo motivo, sottolinea l’esperto, nella comunità scientifica si è affermato uno slogan diventato ormai un riferimento nelle politiche di salute pubblica. “Il messaggio è ‘less is better’: meno bevo, meno rischi corro. Non esiste una soglia protettiva e non esiste una soglia di rischio zero. Se voglio rischio zero sulla salute devo bere zero”.

Linee guida e rischio oncologico

Alla luce di queste evidenze, studi come quello pubblicato sull’European Heart Journal non sono destinati a cambiare le raccomandazioni sanitarie. “Assolutamente no” – afferma infatti Addolorato -. “Si tratta di studi osservazionali di coorte e non possono modificare le linee guida”. Un altro elemento centrale è il rapporto tra alcol e tumori. “Negli ultimi anni l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato l’alcol come sostanza cancerogena per l’uomo. Questo significa che bisogna essere molto prudenti nel veicolare messaggi semplificati”. Per l’alcologo, quindi, il punto non è negare i risultati della ricerca ma interpretarli nel contesto corretto. “Questo studio rappresenta un’ulteriore osservazione sul rapporto tra alcol e malattie cardiovascolari, ma non riguarda la tossicità d’organo, né la mortalità complessiva, né la morbilità generale. Per questo i dati devono essere letti con attenzione e non devono essere usati per promuovere l’idea che il vino sia una sostanza benefica o addirittura uno strumento di prevenzione”.

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