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Guerra all’Iran. Mine intelligenti, ordigni-siluro e piccoli sommergibili: così Teheran “chiude” lo stretto di Hormuz

Le stime disponibili vedono l'Islamic Revolutionary Guard Corps Navy avere a disposizione tra le 3.000 e le 6.000 mine navali: le più avanzate possono distinguere tra una nave mercantile e un’unità militare
Guerra all’Iran. Mine intelligenti, ordigni-siluro e piccoli sommergibili: così Teheran “chiude” lo stretto di Hormuz
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Teheran ha iniziato a minare lo Stretto di Hormuz. Le operazioni, di cui si è cominciato a parlare pochi giorni dopo l’inizio dei raid di Stati Uniti e Israele sull’Iran, è stata confermata al New York Times da un funzionario statunitense al corrente dei più recenti dati di intelligence a disposizione delle strutture militari di Washington. Se da una parte il Comando Centrale Usa ha affermato di aver distrutto le più grandi tra le imbarcazioni che avrebbero potuto essere usate per compiere l’operazione, giovedì la forza navale dei Pasdaran, ha riferito la fonte, ha iniziato a utilizzare natanti più piccoli per strozzare fin quasi a chiuderlo il choke point del Golfo Persico attraverso il quale transita un quinto del petrolio mondiale.

Le stime disponibili vedono l’Islamic Revolutionary Guard Corps Navy avere a disposizione tra le 3.000 e le 6.000 mine navali. Secondo Alma Research & Education Center, think tank israeliano legato all’intelligence che monitora il confine nord di Israele e fornisce analisi sulle capacità militari dell’Iran, in passato Teheran importava questi ordigni da Cina, Russia e Corea del Nord, ma ora ne produce la buona parte. Inoltre, nel corso del tempo, “il regime è stato in grado di migliorare e modificare le diverse mine, oltre a creare nuovi sistemi”.

La maggior parte delle mine dell’IRGCN sono di tipo statico, vengono fissate al fondale e distribuite a varie profondità. La M-08, ordigno a contatto progettato in Unione Sovietica all’inizio del XX secolo, è tra le più diffuse: la sfera metallica, capace di contenere tra i 100-200 kg di esplosivo, viene ancorata tramite un cavo, è dotata di tipici “corni” detonanti ed esplode quando una nave urta questi ultimi. Pur essendo una tecnologia di oltre un secolo fa, resta efficace in acque poco profonde. La Sadaf , poi, è una copia aggiornata di modelli sovietici come la T-26, mentre la Sadaf-2 è una versione evoluta con sensori magnetici e di pressione.

Una parte importante dell’arsenale è invece di produzione iraniana. La serie Maham è un dispositivo moderno “multi-sensore” o “intelligente“: può contenere fino a 350 kg di esplosivo ed è progettata per essere posata tra 10 e 50 metri di profondità. Utilizza sensori magnetici e acustici per rilevare le navi in transito. I sensori magnetici sfruttano il fatto che lo scafo in acciaio di una nave altera il campo magnetico terrestre. Un magnetometro installato nella mina registra questa variazione e, se questa supera una certa soglia, attiva l’esplosione. I sensori acustici invece utilizzano idrofoni subacquei per rilevare il rumore di eliche, turbine e cavitazione dell’acqua. Alcune versioni più avanzate possono perfino distinguere tra una nave mercantile e un’unità militare. La Mersad, invece, è una mina “intelligente” destinata alla difesa delle coste.

Altri sistemi sono ancora più sofisticati. Le cosiddette “Underwater Loitering Munition“, ad esempio, restano sul fondale e, quando rilevano un bersaglio, lanciano un siluro verso la nave. Il concetto è simile alle “rising mines” russe o alla EM-52 cinese, dotate di una testata da 30 kg e progettate per colpire lo scafo dal basso. La Marina di Teheran utilizza anche le “limpet mine“, ordigni magnetici applicati manualmente agli scafi da sommozzatori o forze speciali: dotate di magneti e timer, sono pensate per operazioni di sabotaggio nei porti o contro petroliere ancorate.

Il Comando Centrale degli Stati Uniti sostiene di aver distrutto diverse decine di barchini utilizzati per piazzare gli ordigni in mare. Alcune di questi sono prodotti in Iran, ma si basano su modelli civili adattati per uso militare o su imbarcazioni costruite in altri paesi: i natanti di tipo “Zulfikar“, “Siraj“, “Tarek” e “Ashura” possono raggiungere velocità di 50-70 nodi e derivano da motoscafi costruiti in Inghilterra, Svezia e Nord Corea. Ma secondo Alma Research, fondata dal tenente colonnello Sarit Zehavi, che ha lavorato per 15 anni nel Corpo di intelligence delle Israel Defense Forces, la Marina iraniana ha anche altri strumenti. I sommergibili.

Il “Ghadir” è un piccolo sottomarino da 29 metri costruito in Iran. Entrato in servizio nel 2006, è basato sui mezzi della classe YONO MS-29 costruiti in Nord Corea. Può immergersi fino a 200 metri, ha un’autonomia di 55 miglia nautiche in modalità immersione e di 550 in superficie. Più performante sembra il “Fateh“, sommergibile di classe semi-pesante entrato in servizio nel 2019. Lungo 48 metri, scende fino a 250 metri, ha un’autonomia di 4.000 miglia e può rimanere in mare per circa un mese. Anche il piccolo “Al-Sabehat” è costruito in Iran e viene impiegato perlopiù in prossimità della costa, mentre l'”e-Ghavasi“, entrato in servizio all’inizio degli anni 2000, può trasportare mine ma ha un’autonomia e una capacità di carico minore.

Anche senza le mine, lo Stretto è già bloccato. Alcune navi commerciali intenzionate ad attraversarlo stanno modificando i propri dati di tracciamento per esibire presunti legami con la Cina. Secondo un’analisi condotta dall’agenzia Afp sui dati del sistema di monitoraggio navale MarineTraffic, diverse imbarcazioni hanno cambiato i messaggi trasmessi dal loro sistema di identificazione automatica (AIS), inserendo frasi come “CHINA OWNER” o “ALL CHINESE CREW”. L’obiettivo è far capire alle autorità iraniane che la nave è collegata a Pechino, loro principale alleata economica e commerciale, e ridurre il rischio di essere attaccate.

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