Le bombe tra un meme e un video di viaggi: le nuove generazioni e le nuove guerre nel “war feed”. “Valvola di sfogo e linguaggio comune per affrontare il trauma”
La guerra nel feed arriva tra un video di cucina e un reel di viaggio. Un bombardamento, poi un meme. Un’analisi geopolitica, poi un montaggio ironico con una soundtrack pop. Dal conflitto in Ucraina al massacro a Gaza, fino all’attacco israelo-americano all’Iran, sui social si moltiplicano contenuti che trattano la guerra con il linguaggio dei meme: clip sarcastiche, video ironici sul rischio di escalation globale, remix e parodie che trasformano il conflitto in contenuto virale. Un fenomeno che racconta molto del modo in cui le nuove generazioni vivono la guerra nell’era delle piattaforme. “Quando l’ansia collettiva sale, l’umorismo online funziona spesso come una valvola di sfogo e come una micro-pratica di controllo simbolico”, spiega a ilfattoquotidiano.it Giovanni Boccia Artieri, professore di Sociologia dei media digitali e di Comunicazione digitale e platform strategy all’Università di Urbino. “Nominare la paura in forma ironica la rende, per un attimo, maneggevole”.
Nella ricerca sui meme questo fenomeno viene spesso definito “disaster-funny”. “Ridendo non si cancella il trauma”, dice Boccia Artieri, “ma si crea sollievo, connessione e un linguaggio comune per elaborarlo”. Per questo, spiega, è un meccanismo particolarmente diffuso tra i più giovani, che utilizzano l’ironia come forma di elaborazione collettiva di eventi percepiti come enormi e fuori controllo. Ma l’ironia non nasce soltanto dal basso. Sempre più spesso anche le istituzioni adottano linguaggi tipici dei social. “I linguaggi istituzionali stanno incorporando formati nativi del feed – montaggi rapidi, soundtrack pop, estetiche da short video – per rendere più digeribile e condivisibile la propria narrazione”. Un esempio recente è stato il video pubblicato dall’account ufficiale della Casa Bianca sugli attacchi militari, montato con la musica della Macarena. “Quando l’istituzione parla già in codice meme”, osserva il sociologo, “il pubblico giovane risponde intensificando quel lessico, tra riappropriazione, parodia e scarto critico”.
A cambiare è anche il modo in cui la guerra viene percepita. “Rispetto alle generazioni precedenti la guerra arriva meno come notizia e più come esperienza del feed”, spiega Boccia Artieri. Non più un racconto lineare costruito dai media, ma una sequenza di frammenti: video brevi, volti, suoni, trend, POV e remix. Per descrivere questo fenomeno si parla sempre più spesso di “TikTok war”. “La testimonianza e la narrazione diventano performative e algoritmicamente mediate”, dice il sociologo. La comprensione del conflitto si costruisce così per clip virali più che per cornici interpretative stabili. Questo produce una percezione ambivalente: da un lato la guerra appare più vicina e immediata, dall’altro più discontinua e frammentata. Un video di bombardamenti può comparire accanto a un contenuto completamente diverso, dentro la stessa sequenza di scroll.
L’esposizione continua a immagini e notizie di guerra ha effetti complessi. “Può produrre desensibilizzazione e stanchezza empatica, ma anche picchi d’ansia”, spiega Boccia Artieri. Non un effetto unico, ma “un alternarsi di iperattivazione e intorpidimento”. Le piattaforme digitali contribuiscono a questo processo. Gli algoritmi privilegiano ciò che trattiene l’attenzione: urgenza, shock, conflitto. Così l’utente finisce dentro “un ciclo di consumo automatizzato di negatività”, in cui il conflitto diventa presenza costante nel flusso dei contenuti. Trasformare la guerra in contenuto virale può avere effetti opposti. Da un lato può creare distanza emotiva, facendo apparire il conflitto come uno scenario lontano. Dall’altro può funzionare come un meccanismo di difesa generazionale. “L’ironia è anche un modo per stare nel dolore senza esserne travolti”, spiega il sociologo. “Serve a parlarne con i propri codici”. Studi sulle piattaforme come TikTok mostrano proprio queste funzioni psicologiche e sociali dell’umorismo durante eventi traumatici.
Il rischio di banalizzazione però esiste. “Soprattutto quando l’ironia scivola nel cinismo o nella spettacolarizzazione”. Ma il meme può anche avere una funzione politica: una forma di commento compresso fatto di satira, critica o delegittimazione. “È un linguaggio che emerge con forza soprattutto quando i media tradizionali vengono percepiti dalle nuove generazioni come lontani, eccessivamente retorici o incapaci di intercettare la sensibilità del web “ spiega Boccia Artieri. Il cambiamento più radicale riguarda però il contesto in cui il conflitto viene visto. “Le piattaforme tendono a trattare tutto come un oggetto di engagement”, osserva Boccia Artieri. Così la guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento, del lifestyle e della pubblicità.
Nasce quello che il sociologo definisce “war feed”: “La guerra entra nello stesso flusso dell’intrattenimento e viene formattata in clip, trend, reaction e meme”. In questo contesto l’attenzione si sposta dal capire al guardare e scrollare. Il risultato è una guerra sempre visibile ma spesso frammentata, in competizione con qualsiasi altro contenuto. E con un ulteriore elemento di confusione: la difficoltà di distinguere realtà e simulazione. Ci muoviamo dentro quella che Boccia Artieri definisce una ‘fragile ecologia dell’autenticità’: “In queste settimane circolano anche video falsi o ricontestualizzati – immagini generate con l’intelligenza artificiale o spezzoni di videogiochi scambiati per footage reali – che accelerano confusione e distacco”. Nel feed globale dei social la guerra non scompare. Cambia forma. Da evento straordinario diventa presenza continua nel flusso digitale. E tra meme, ironia e clip virali diventa per molti giovani un linguaggio con cui provare a tenere insieme paura, distanza e quotidianità.