Distorcere il significato di pace per giustificare la guerra: il nuovo metodo della politica
di Francesca Carone*
Il termine pace viene costantemente inflazionato dalla narrazione comune: per la Chiesa è il baluardo religioso che accompagna l’umanità nella convivenza cristiana insita nella dialettica biblica. La scuola lo traduce nelle competenze sociali e civiche in cui lo studente coltiva il senso di appartenenza, di condivisione del sapere e di collaborazione aperta e inclusiva attraverso il rispetto e l’accettazione della diversità. Social e mass-media seguono i rumor e gli slogan degli eroi pacifici o pacifinti, gestendo i modelli fugaci di un pacifismo contaminato dalle esigenze del potere e dell’economia.
La politica ne fa buon uso, e, all’occorrenza ne abusa, fornendo modelli di relativismo etico: si può parlare di Pace anche in un mondo corroso dalle guerre. Si può relativizzare il significato della pace nell’accezione subdola e ambigua: tra due popoli che si fanno la guerra diventa pacifico quello che concede più tregue. C’è chi si spinge un tantino oltre affermando che: “Se l’Europa vuole evitare la guerra (cioè rimanere in Pace), deve prepararsi alla guerra”, traslando la Pace in una traiettoria ibrida che sottende alla guerra. Nella propaganda filogovernativa (e non) la Pace è un aspetto della guerra che si adegua al momento storico e si estende alle ragioni politiche e alle strategie ridondanti del potere e dell’economia.
Il concetto di pace è diventato impermeabile, interscambiabile e promiscuo: una sorta di elemento neutro da associare alla ragion di Stato o alla sete di potere dei leader del momento. La pace è ormai svuotata del suo significato autentico, perdendo la sua capacità di trasformare ed elevare l’umanità nella pratica della convivenza. Il nuovo modello di pace ha in sé una grande capacità estensiva che ingloba tutte le varianti della convivenza e tutte le sfumature di una metamorfosi relativistica che trae beneficio dagli aneliti della propaganda, dalle esigenze del potere e dall’attuazione di strategie politiche: si può eticizzare una scelta politica con l’attacco militare ad uno Stato, intravedendo in esso una visione eroico/pacifica, mettendo in conto anche i disumani bombardamenti della scuola iraniana Shajareye Tayabeh con circa 160 morti.
Il presidente degli Stati Uniti, lo stesso che ha affermato di aver posto fine a ben “sette conflitti”, si accaparra il potere di bombardare uno Stato come l’Iran uccidendo numerosi civili. Un osservatore sprovveduto e poco informato, in balia di una vertiginosa confusione neuronale ed emotiva, inserirebbe nella genesi del pacifismo anche le scelte scellerate di antagonismi politici ed economici sfocianti nella guerra e negli attacchi ideologici e politici di Stati e potenze.
E a nulla serve implorare il diritto internazionale ormai profondamente eroso a beneficio della forza. In questa imperfetta dialettica politica, aderente alle logiche bieche del potere economico e della supremazia politica, l’etica, nella fattispecie la pace, assurge al compito di difesa, di controllo strategico: sistemare, aggiustare presunti scenari apocalittici (l’attacco nucleare da parte dell’Iran) sottendendo gli obiettivi reali: smantellare l’apparato di sicurezza iraniano, ridurre le capacità missilistiche, indebolire Hezbollah, Hamas, gli Houthi, le milizie in Iraq e Siria e indebolire l’asse russo-cinese. La Russia, infatti, utilizza droni iraniani in Ucraina, mentre la Cina dipende dal petrolio iraniano. Colpire l’Iran significa quindi colpire entrambi, indirettamente.
In questo vortice di violenza pacificatrice e controllante mutano idee, concetti, punti di vista e perfino il linguaggio. La guerra diventa un metodo per esportare e coltivare la pace, la convivenza, e il senso di appartenenza. E in questa visione morte e distruzione rappresentano effetti collaterali, deleteri e disumani in cui soccombe il vero significato della Pace.
*insegnante