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Violenza giovanile, il report Save the Children: “Più tempo in carcere, più coltelli, i gesti come in un videogioco. E aumentano i denunciati per associazione mafiosa”

Gli adolescenti "dis(armati)" nel rapporto di Save The Children. I ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”. Secondo l'associazione, l'approccio centrato su punizione e controllo rischia di essere inefficace e non coerente
Violenza giovanile, il report Save the Children: “Più tempo in carcere, più coltelli, i gesti come in un videogioco. E aumentano i denunciati per associazione mafiosa”
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C’è un cambiamento quantitativo ma soprattutto qualitativo nella violenza minorile in Italia. Nonostante per vent’anni il numero di giovani adulti segnalati agli Uffici di Servizio Sociale per i Minorenni sia diminuito — da circa 23mila nel 2004 a 14.220 nel 2024 — sono invece aumentati quelli presi in carico, arrivati a quota 23.862. Un dato legato anche alla permanenza più lunga nel circuito penale minorile, favorita da norme più restrittive come il Decreto Caivano che ha ampliato i casi di custodia cautelare e limitato l’accesso alle alternative al carcere.

È quanto emerge dal rapporto “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà” realizzato dal Polo Ricerca di Save the Children con il sostegno di Fondazione Iris Ceramica Group ETS. Secondo lo studio, i minori e i giovani adulti entrati in contatto con il sistema di giustizia sono passati da 329 ogni 100mila abitanti nel 2014 a 363 nel 2023, pur restando uno dei valori più bassi in Europa. Il 73% ha tra i 14 e i 17 anni.

Rapine, lesioni, risse e associazione mafiosa in aumento

Rapine, lesioni personali, risse e minacce sono però sempre più diffusi. “Premesso che la criminalità minorile è caratterizzata dalla prevalenza di reati contro il patrimonio, per i quali, nel 2025, risultavano in esecuzione penale 25.890 minori e giovani adulti, un numero in linea con i dati dei precedenti cinque anni – si legge nel Rapporto – diventano più frequenti i reati contro la persona che passano da 15.365 nel 2019, anno pre-COVID, a 21.958 nel 2025, con una crescita costante nel tempo, sintomo di un’evoluzione del panorama”. In particolare cresce la presenza di armi improprie, dai coltelli alle noccoliere, dalle mazze alle catene, fino agli storditori elettrici. Le segnalazioni dal 2019 al 2024 sono passate da 778 a 1946 e solo nel primo semestre del 2025 sono arrivate 1096. Nel 2024 i minori denunciati o arrestati per rapina sono stati 3.968, più del doppio rispetto al 2014. Per lesioni personali si registrano 4.653 casi contro i 1.921 di dieci anni prima, anche in questo caso più del doppio. Le risse sono arrivate a 1.021 e le minacce a 1.880. Il fenomeno non riguarda solo contesti di forte marginalità ma attraversa territori e ambienti sociali diversi. Sullo sfondo emergono nuove dinamiche: gruppi giovanili fluidi che si organizzano anche attraverso i social media, maggiore esposizione alla violenza e un diffuso disagio psicologico. Diminuisce invece il numero di minori coinvolti in associazione per delinquere, mentre desta preoccupazione il dato sull’associazione mafiosa: nel 2024 i casi sono stati 49, ma nel solo primo semestre del 2025 se ne contavano già 46, con una crescita significativa in alcuni territori.

Armi e coltelli “per non apparire deboli”

Crescono anche i casi di ragazzi segnalati per porto abusivo di armi o oggetti pericolosi: da 778 nel 2019 a 1.946 nel 2024. Nei primi sei mesi del 2025 erano già a quota 1.096. Secondo il rapporto sembra poi essersi “normalizzato” l’uso del coltello e delle armi bianche: “Sono considerate parte di un ‘kit’ utile alla vita di ogni giorno, insieme al portafogli o alle chiavi di casa”. Molti adolescenti, che raccontano di portarlo per sentirsi più sicuri, per non apparire deboli o per affermare status e potere. “Non pensi a usare il coltello, ma averlo ti fa sentire più sicuro, a volte anche più nervoso”, raccontano molti dei ragazzi intervistati. Oppure “Quando lo porti, cammini diverso e gli altri lo capiscono”. Una dinamica che può generare quello che gli esperti definiscono un “cortocircuito della paura”: la paura di essere aggrediti porta ad armarsi e a mostrare aggressività, aumentando il rischio di escalation violente. A Milano i minori denunciati per porto abusivo di armi sono aumentati del 455% in dieci anni.

Rabbia e disagio, anche degli adulti: “Meglio pazzo che debole”

Nei racconti dei ragazzi emergono rabbia interiore, mancanza di rispetto per sé e per gli altri, autolesionismo, disturbi alimentari, tentativi di suicidio e uso di sostanze. Luigi, in carico ai Servizi della giustizia minorile, ha visto una pistola per la prima volta a 16 anni, si legge nel rapporto. “Quando chiediamo cosa ha provato a tenerla in mano, ci risponde: ‘Mi ha fatto sentire, come dire, immortale… troppo potente. Mi dava il potere in mano, è come se non avevo paura di niente, di nessuno, non mi interessava. Io potevo andare contro tutti quanti, non mi interessava contro chi andare, pure il più grosso di tutti, a me che me ne fregava’. Alcuni adolescenti descrivono gli atti violenti come se fossero dentro un videogioco. Il gesto violento appare svuotato del suo peso specifico. “In quel momento sei come in un videogame, vuoi solo finire il livello” spiega un ragazzo. Anche davanti ai magistrati, come emerge dalle interviste realizzate per la ricerca, il racconto dei minori resta spesso frammentato, infantile, privo di una reale percezione della gravità del reato commesso.

Secondo Save the Children il mondo adulto tende però ancora a interpretare questi episodi solo come problemi di sicurezza e ordine pubblico, senza comprendere che spesso la violenza diventa il linguaggio di una richiesta di riconoscimento da parte di una generazione segnata da cambiamenti profondi: dalla pandemia, che ha interrotto relazioni e percorsi educativi, alla pressione dei social media. “Questi ragazzi non cercano la violenza per il gusto di farla. Cercano un posto nel mondo – spiega un operatore – e spesso lo trovano dentro dinamiche violente: in questo modo, qualcuno li vede, li riconosce. Molti di loro non hanno una prospettiva di futuro, ma hanno un presente molto esigente”. Lo raccontano anche i ragazzi seguiti dai servizi di giustizia: “Se non reagisci, perdi rispetto e sei finito. Meglio passare per pazzo che per debole”.

La disattenzione degli adulti

Famiglie, scuole e istituzioni appaiono agli occhi di molti adolescenti assenti o delegittimate. I segnali di disagio esistono, ma la risposta adulta viene percepita come tardiva e frammentata. “Per prevenire e affrontare la violenza giovanile serve un cambio di prospettiva” spiega Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children. Dalle testimonianze raccolte emerge come il fenomeno sia alimentato da solitudine, vuoti educativi e mancanza di spazi e opportunità di crescita. Secondo l’organizzazione, poi, un approccio centrato su punizione e controllo rischia di essere inefficace e non coerente con i principi del diritto minorile. È necessario invece coinvolgere i ragazzi in percorsi di responsabilizzazione, rendendo evidenti le conseguenze dei comportamenti violenti e offrendo occasioni reali di partecipazione sociale. “Prevenire significa offrire ai ragazzi opportunità, ascolto e relazioni positive, sostenendo le famiglie nelle sfide dell’adolescenza – dice Giorgia D’Errico, direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children – Nelle scuole è importante rafforzare l’educazione alla non violenza, il supporto al benessere psicosociale e spazi di ascolto precoce. Servono inoltre investimenti nell’educativa di strada e in luoghi pubblici dove i giovani possano incontrarsi ed esprimersi”. Fondamentale anche accompagnarli in percorsi di responsabilizzazione, sviluppando competenze emotive e sociali per comprendere le conseguenze delle proprie azioni. “Tutto questo richiede un’alleanza tra scuole, famiglie, servizi sociali, terzo settore e istituzioni locali”.

Social e performance: “Almeno fare paura significa essere visti”

Il rapporto sottolinea anche il ruolo crescente dei social media. I gruppi giovanili sono sempre più aggregazioni fluide che si formano online e si ritrovano negli spazi della movida o nei quartieri – anche spostandosi di quartiere in quartiere – per affermare la propria presenza o regolare conflitti. I social servono a convocare, filmare e amplificare gli episodi violenti. L’atto aggressivo diventa anche una performance identitaria: un modo per ottenere visibilità. “Molti episodi vengono filmati e condivisi perché il bisogno di apparire prevale anche sul rischio di essere scoperti – si legge – e il 13,4% di ragazzi tra i 15 e i 19 anni ha assistito a scene di violenza che venivano filmate, a fronte di un 8,4% delle ragazze”. In alcuni casi, anche se più ridotti, i ragazzi dichiarano di avere filmato loro stessi scene di violenza con il proprio cellulare, il 4,5% dei maschi e il 2% delle femmine. “Almeno fare paura significa essere visti” spiega un ragazzo. Il fenomeno non riguarda più solo quartieri periferici e marginali. “Un gruppo di ragazzi, in età scolare, che vive in un quartiere ricco a nord della città, conferma una modalità di vita abbastanza sregolata per giovani di quell’età”. Fanno uso di cocaina già da qualche anno. “Ci piace e non vogliamo rinunciare: siamo giovani e fortunatamente non abbiamo il down il giorno dopo”. Per comprarla, la spacciano a loro volta. Uno di loro vende qualche dose in più per pagarsi i debiti del gioco online. Nei momenti clou – raccontano – si presentano armati di coltelli, spranghe di ferro, tirapugni, che conservano a casa dentro qualche scatola. “I miei genitori lo sanno” dice uno di loro. “Mia madre dice che l’importante è che non mi faccio beccare”, gli fa eco un altro. “Negli scontri il tempo a disposizione è pochissimo, si consuma tutto in un minuto o due, devi scaricare tutto in pochi istanti” Quando entrano in azione, confessano di avere paura “Ma la paura – spiegano – serve per avere l’adrenalina”.

Criminalità organizzata

Particolare attenzione viene infine dedicata al rapporto tra minori e criminalità organizzata. L’illegalità può offrire appartenenza, protezione, denaro e riconoscimento. Nei primi sei mesi del 2025 i minori denunciati o arrestati per associazione mafiosa sono stati 46, quasi la metà tra Catania e Napoli. In alcuni territori cresce anche il numero di minori coinvolti in omicidi, passati da 102 nel 2014 a 193 nel 2024. A Napoli, nel primo semestre del 2025, erano già 27. Secondo Save the Children, per i ragazzi inseriti in contesti mafiosi la probabilità di reiterare reati è 3,48 volte superiore rispetto ai coetanei.

Non solo le metropoli

A Roma, nei primi sei mesi del 2025, sono stati segnalati per rapina 124 i minori e 75 per lesioni personali, le risse sono passate da 27 nel 2019 a 86 nel 2024. A Napoli si registra un aumento significativo degli omicidi tra giovanissimi, mentre a Bari emergono segnali di riattivazione delle dinamiche di clan. Ma anche in realtà più piccole, come Terni, si registrano rapine improvvisate o liti nate per motivi banali, spesso innescate da conflitti sui social. “Basta poco — racconta una ragazza — una parola, uno sguardo, una storia online”. Sono stati segnalati 34 i minori solo nel primo semestre 2025 per rapina (31 nel 2024), 37 per lesioni personali (75 nel 2024), 34 per omicidio (31 nel 2024) e 14 per porto abusivo d’armi (15 nel 2024). “In una piccola città come Terni – spiega il rapporto – che da qualche anno vive profonde trasformazioni sociali, si assiste a rapine improvvisate o liti che nascono per questioni banali, dove spesso, insieme agli italiani, sono coinvolti anche minori stranieri non accompagnati o di seconda generazione”. “Basta niente – racconta una ragazza – una parola, uno sguardo, una storia sui social”. Secondo gli operatori sociali, si tratta di una violenza che nasce spesso da frustrazione, bisogno di visibilità e pressione del gruppo, in una generazione che fatica a trovare riconoscimento e punti di riferimento nel mondo adulto. Una sorta di “integrazione antisociale”.

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