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Libano, le famiglie cristiane cacciate dalle bombe israeliane: “Non importa se siamo cattolici o musulmani, ci ammazzano lo stesso”

Un'operatrice pastorale di Qlayaa: "In molti pensano di andarsene e sembra sia questa la volontà delle autorità di Tel Aviv, un paese senza di noi"
Libano, le famiglie cristiane cacciate dalle bombe israeliane: “Non importa se siamo cattolici o musulmani, ci ammazzano lo stesso”
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Paura, rabbia e desolazione tra le famiglie cristiane del sud del Libano, cacciate via dalle bombe di Tel Aviv e abbandonate a se stesse. Il loro peccato: restare nella propria terra, disobbedendo l'”avviso di evacuazione di Israele (Stato terzo, senza giurisdizione su di loro). “Non importa se sei cristiano o musulmano, ci ammazzano lo stesso”, è l’amara costatazione di un residente, Raimond Baradai, che non vuole lasciare la propria casa. “Il 90% dei cristiani è già andato via a causa delle guerre, che non sono iniziate con Hezbollah, ma nel 1948, cioè dalla nascita dello Stato Israele”, dice il 52enne.

Baradi conosceva anche il sacerdote maronita Pierre El-Raii, ucciso a Qlayaa, durante un doppio raid israeliano, mentre soccorreva un parrocchiano. Anche lui, parroco di San Giorgio, cappellano regionale della Caritas, era contrario ad andarsene. “Noi non lasceremo mai il nostro villaggio”, ma “resteremo fino alla morte”, diceva El-Raii. I suoi funerali si sono tenuti mercoledì, nella sua Qlayaa, decimata dal dolore e dalle partenze. “Non vogliamo abbandonarlo. È il nostro parroco”, riferiscono le famiglie presenti, che ricordano la sua vicinanza a tutti. “In arabo El Raii significa ‘il pastore‘. Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto accanto al suo popolo”, ha detto papa Leone XIV durante l’Udienza generale, sottolineando la propria vicinanza a “tutto il popolo libanese”.

Fonti locali riferiscono che dopo la sua uccisione “nessuno si sente più al sicuro”, poiché le azioni di Tel Aviv sono “sempre più ostili” nei confronti della minoranza cristiana, che nel Libano meridionale conta circa 9mila persone. Per molti non è più praticabile la scelta di “rimanere” e “resistere”. Occorre invece “prevenire tutto quello che può mettere in pericolo il villaggio”, afferma a Fides Toni Elias, sacerdote di Rmeish.

A tale riguardo il villaggio di Alma al Chaab, interamente abitato da cristiani, è stato evacuato sotto la scorta dei soldati dell’Unfil. Erano circa ottanta, ora il villaggio è vuoto. “L’esodo rischia di riprodursi a catena”, spiega a Ilfatto.it un’operatrice pastorale di Qlayaa, che ha chiesto l’anonimato: “In molti pensano di andarsene e sembra sia questa la volontà delle autorità israeliane: un Libano senza cristiani“. Secondo fonti governative di Beirut l’offensiva israeliana ha provocato oltre 600mila sfollati e più di un migliaio di vittime.

Dal ministro degli Esteri libanese, Youssef Raggi, è giunta anche una richiesta di mediazione alla Santa Sede: “Per contribuire a preservare la presenza cristiana in quei villaggi”. Raggi, che ha sostenuto un colloquio telefonico con il segretario per i rapporti con gli Stati, Paul Richard Gallagher, ribadisce che i cristiani in Libano non sono un target – e nulla c’entrano con Hezbollah – in quanto “hanno sempre sostenuto lo Stato libanese” e “non sono mai venuti meno a questo impegno”.

Già in passato il presidente del Libano, Joseph Aoun, alla presenza del Pontefice, ha detto: “Se i cristiani in Libano dovessero scomparire, il delicato equilibrio crollerebbe, insieme alla giustizia”. Equilibrio precario, in un Paese multireligioso in cui i cristiani rappresentano circa il 37% della popolazione (divisi tra cattolici maroniti, greci, greci ortodossi e altre denominazioni) mentre i musulmani sono il 55,3% della popolazione (il 34% è sciita e il 21,3% sunnita).

A sua volta monsignor Gallagher ha risposto che la Santa Sede “sta prendendo tutti i contatti necessari per fermare l’escalation in Libano”, che insieme alla Turchia è stata meta del primo viaggio apostolico di Leone XIV nel 2025. Non risulta alcuna posizione ufficiale di Tel Aviv sull’accaduto: né per la morte di El Raii, né per rassicurare i cristiani e gli abitanti della regione. Risuona invece l’ordine di “partire” e lasciare tutto.

Neppure gli Stati Uniti si esprimono sulla sorte dei cristiani nella regione, che più volte hanno detto di tutelare. C’è semmai una strana contraddizione là dove, in ore di bombardamenti, morte ed evacuazione, il segretario della Guerra, Pete Hegseth, cita le Scritture (Salmo 144), per ribadire che Dio è dalla sua parte: “Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani alla guerra e le mie dita alla battaglia”. Cortocircuito Maga, che contrappone l’umanità a sé stessa, al limite della blasfemia.

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