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Chi lavora in smartworking fa più figli. Lo studio: incremento della fecondità del 14% se entrambi i partner lavorano almeno 1 giorno a settimana da remoto

Un nuovo studio rivela come il lavoro flessibile possa influire positivamente sul tasso di natalità nel nostro Paese. Ecco i risultati
Chi lavora in smartworking fa più figli. Lo studio: incremento della fecondità del 14% se entrambi i partner lavorano almeno 1 giorno a settimana da remoto
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All’inizio doveva essere sola una sorta di “salvagente” per lavorare in sicurezza durante la pandemia. Poi, imprevedibilmente, lo smartworking si è rivelato uno strumento efficace per risparmiare al Pianeta un po’ dei nostri veleni. Successivamente, lo abbiamo temuto come fonte di alienazione sociale. Ma oggi scopriamo che lo smartworking può avere effetti del tutto inaspettati e essere alleato della cicogna. Secondo una ricerca condotta da un team internazionale guidato dall’economista Cevat Giray Aksoy del King’s College di Londra – e finanziata dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo – la flessibilità lavorativa non riempie solo le cartelle digitali, ma anche le culle.

I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a troppe interpretazioni: le coppie in cui entrambi i partner lavorano da remoto almeno un giorno a settimana mostrano un incremento della fecondità del 14% rispetto a quelle costrette al cartellino in presenza cinque giorni su cinque. Lo studio, che ha analizzato i dati del biennio 2023-2025, scatta una fotografia nitida della società post-pandemica. Non si tratta di avere “più tempo libero” in senso assoluto, ma di una gestione più fluida della quotidianità. La possibilità di eliminare il pendolarismo, di gestire un’emergenza pediatrica senza dover chiedere un permesso speciale o semplicemente di pranzare insieme, riduce drasticamente lo stress e il carico mentale dei genitori.

Ma non è solo una questione di “benessere mentale”. C’è un fattore economico brutale e concreto: fare figli costa. E lo smartworking è un ammortizzatore sociale formidabile. Risparmiare su benzina, abbonamenti ai mezzi e, soprattutto, sulla babysitter per quelle ore “grigie” tra l’uscita da scuola e il rientro dei genitori dall’ufficio, sposta l’asticella della fattibilità. Per molti, quel 14% in più rappresenta la differenza tra il “vorrei ma non possiamo” e il “proviamoci”. La flessibilità d’impiego trasforma il figlio da “ostacolo alla carriera” a “progetto compatibile”.

Mentre l’Italia e l’Europa intera combattono contro un inverno demografico che sembra non finire mai, la soluzione potrebbe non risiedere solo nei bonus bebè o negli incentivi una tantum. La vera rivoluzione potrebbe essere strutturale: normalizzare il lavoro agile. Se un solo giorno a settimana da casa può fare la differenza tra una famiglia che cresce e una che resta ferma, lo smartworking smette di essere un “benefit aziendale” per diventare una vera e propria politica demografica. Certo, lo smartworking non è la bacchetta magica. Servono ancora asili nido, welfare solido e una cultura che non penalizzi chi decide di staccare la webcam per cambiare un pannolino. Ma la ricerca di Aksoy ci dice una cosa fondamentale: quando restituiamo alle persone il controllo sul proprio tempo, le persone tornano a investire sul futuro.

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