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Carenza di farmaci in Europa: oltre 600 i prodotti introvabili, anche in Italia aumentano quelli indisponibili

I dati emergono dal Medicine Shortages Report 2025 della Pgeu (Pharmaceutical Group of the European Union). Non si tratta di un fenomeno occasionale ma di uno squilibrio permanente tra produzione, distribuzione e domanda. In alcuni casi i pazienti sono costretti a cambiare il piano terapeutico, in altri si trovano a non avere alternative
Carenza di farmaci in Europa: oltre 600 i prodotti introvabili, anche in Italia aumentano quelli indisponibili
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Farmaci per il sistema nervoso o per le malattie cardiovascolari e oncologiche. Ma anche antibiotici e insuline. La carenza di medicinali in Europa è diventata ormai un fenomeno endemico, che contribuisce a mettere a dura prova la fiducia dei cittadini nei sistemi sanitari. Sono oltre 600 i prodotti introvabili in molti Paesi del vecchio continente: il 96% degli Stati segnala carenze, e sette su dieci dichiarano di soffrire di penurie gravi. In Italia, il numero totale di farmaci segnalati come indisponibili è cresciuto del 4,8% rispetto all’anno precedente.

Sono i dati che emergono dal Medicine Shortages Report 2025 della Pgeu (Pharmaceutical Group of the European Union), l’organizzazione che rappresenta i farmacisti presso le istituzioni dell’Unione Europea. Secondo il rapporto, presentato a Bruxelles, la scarsità di farmaci non è più considerabile un’emergenza temporanea, un evento occasionale o eccezionale, come accaduto durante la crisi Covid. Bensì si tratta di uno squilibrio permanente tra produzione, distribuzione e domanda. Uno scompenso che rischia di compromettere la resistenza dei sistemi sanitari europei.

Le conseguenze di questa crisi sono molte, e tutte ricadono sui pazienti, soprattutto quelli cronici: trattamenti subottimali, aumento della spesa diretta e, nei casi più gravi, errori terapeutici ed eventi avversi legati alla necessità di sostituire i farmaci. Quando un medicinale non è disponibile, infatti, si può cercare di sostituirlo con un equivalente. Ma quando non è possibile, diventa necessario contattare il medico per modificare la prescrizione o il piano terapeutico. Secondo il report questi scenari sono diventati sempre più frequenti negli ultimi anni. Non sempre però si riesce a trovare una soluzione immediata: alcune terapie non hanno alternative disponibili oppure richiedono una nuova valutazione clinica, con il rischio di ritardi nella continuità delle cure. Un danno per i pazienti: l’89% dei Paesi segnala interruzioni o ritardi nei trattamenti. Nel 44% dei casi, la necessità di sostituire un farmaco con un altro ha causato errori terapeutici, mentre un terzo dei Paesi riporta eventi avversi o aumenti della tossicità direttamente collegati ai cambi di terapia.

Secondo il report, le cause delle carenze sono molteplici e spesso si combinano tra loro. Una delle principali riguarda i problemi nella produzione e nella distribuzione dei medicinali. Interruzioni negli stabilimenti, difficoltà nell’approvvigionamento delle materie prime o ritardi logistici possono bloccare temporaneamente la disponibilità di un farmaco. Un singolo intoppo può tradursi in una carenza su scala nazionale o europea. A queste cause si aggiungono improvvisi aumenti della domanda, ad esempio in occasione di epidemie stagionali o cambiamenti nelle linee guida terapeutiche, che possono mettere sotto pressione la capacità produttiva delle aziende.

A complicare la situazione c’è la non armonizzazione dei prezzi nei diversi Stati. Uno squilibrio che può rendere certi mercati meno appetibili per le aziende. Alcuni dei farmaci più esposti alle carenze, infatti, sono fuori brevetto, e dunque venduti a prezzi generalmente più bassi. Ma se i prezzi scendono troppo, spiega il rapporto, il mercato diventa meno attrattivo per i produttori. Il risultato è che alcune aziende possono decidere di ridurre le forniture o scegliere di uscire da quel determinato mercato, lasciando pochi operatori a garantire la disponibilità del farmaco. A queste condizioni la catena di approvvigionamento è più fragile, lasciando spazio ad alcune anomalie.

Tra queste, il report cita il commercio parallelo di medicinali: all’interno dell’Ue, i farmaci possono essere acquistati in un Paese e rivenduti in un altro, approfittando delle differenze di prezzo tra i vari mercati nazionali. Una pratica legale, in linea con il principio della libera circolazione delle merci, che però talvolta può complicare il quadro. Quando il divario di prezzo tra due Paesi è significativo, infatti, può succedere che una parte delle scorte venga esportata verso mercati più remunerativi. Una manovra che riduce la disponibilità nel Paese di origine e contribuisce ad aggravare le carenze, soprattutto per i medicinali a basso costo.

Inoltre, in Europa non esiste un’unica definizione condivisa di “carenza di farmaci”. Sebbene l’81% dei Paesi disponga di una definizione ufficiale, queste variano sensibilmente da uno Stato all’altro. C’è chi considera un farmaco “carente” dopo poche ore di indisponibilità, chi dopo settimane. Alcuni si basano sui livelli delle scorte, altri sulla capacità dell’azienda produttrice di garantire la fornitura. Il risultato è che gli stessi dati, raccolti con metri di misura diversi, diventano difficilmente comparabili. E senza una base comune, coordinare la risposta europea diventa molto difficile.

A questi elementi si aggiunge il ritardo nella digitalizzazione dei processi di monitoraggio. Il 74% dei Paesi dichiara di avere sistemi di segnalazione delle carenze accessibili ai farmacisti, ma nella pratica questi strumenti sono spesso arretrati e frammentati. Solo nell’11% dei casi la segnalazione è obbligatoria, e appena nel 19% è integrata nei software di farmacia. Nella maggior parte dei Paesi si continua a lavorare con email, telefonate o moduli web compilati a mano. La raccolta dati finisce così per essere un ulteriore onere burocratico, invece che un’opportunità per intercettare in tempo reale le criticità. Un terzo dei Paesi non dispone di alcun sistema di allerta precoce, e un altro 26% ha sistemi ancora in fase di sviluppo. Un quadro che conferma come in molti Stati Ue i sistemi di monitoraggio siano ancora incompleti. In pratica, si continua a gestire le carenze dopo che si sono verificate, invece di prevenirle. Una risposta emergenziale non coerente con la crisi attuale, ormai strutturale.

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