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Carlo Vanzini e il tumore al pancreas: ecco come funzionano i nuovi protocolli di cura degli studi Cassandra e Loch Ness

Lo schema PAXG prima della chirurgia ha raddoppiato la sopravvivenza nel tumore pancreatico. Il prof. Reni ci spiega l'innovazione
Carlo Vanzini e il tumore al pancreas: ecco come funzionano i nuovi protocolli di cura degli studi Cassandra e Loch Ness
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Il caso del giornalista sportivo Carlo Vanzini, che ha raccontato pubblicamente il suo percorso contro un tumore al pancreas, ha riportato l’attenzione su una strategia terapeutica che sta cambiando l’approccio a una delle neoplasie più aggressive. L’idea di fondo è controintuitiva: nel tumore del pancreas la chirurgia, da sola, non basta. Anche quando la malattia sembra localizzata, nella maggior parte dei casi esistono già micrometastasi invisibili agli esami, che rendono l’intervento inefficace se non vengono prima neutralizzate con una terapia sistemica.

Per questo negli ultimi anni si sta affermando una strategia diversa: chemioterapia prima dell’intervento, per colpire la malattia visibile e quella “nascosta”, e solo dopo valutare la possibilità di operare. In questo contesto si inserisce lo studio CASSANDRA, coordinato dall’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e promosso dall’Associazione Italiana per lo Studio del Pancreas (AISP), che ha mostrato risultati promettenti utilizzando lo schema chemioterapico PAXG prima della chirurgia. I dati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica The Lancet, suggeriscono che questa strategia possa aumentare in modo significativo le probabilità di controllo della malattia.

Abbiamo chiesto al professor Michele Reni – primario delle Unità Operative di Oncologia e Day Hospital Oncologico, direttore del programma strategico di coordinamento clinico del Pancreas Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e professore associato di Oncologia dell’Università Vita-Salute San Raffaele – di spiegarci questo nuovo protocollo.

Un modo per favorire la regressione della malattia

Lo studio CASSANDRA ha utilizzato lo schema PAXG prima dell’intervento chirurgico. In cosa consiste esattamente questo protocollo e perché può rendere operabili tumori pancreatici che inizialmente non lo sono? “Lo schema PAXG è stato sviluppato al San Raffaele nel 2012 ed è stato approvato da AIFA per il trattamento dei tumori del pancreas in fase avanzata o metastatica nel gennaio 2020. Si tratta di una combinazione di quattro farmaci attivi contro l’adenocarcinoma pancreatico: cisplatino, nab-paclitaxel, capecitabina e gemcitabina.

L’idea dello studio CASSANDRA è stata quella di utilizzare questo schema prima dell’intervento chirurgico, cioè in fase neoadiuvante, per trattare precocemente non solo il tumore visibile ma anche le micrometastasi non rilevabili agli esami diagnostici. Nel tumore del pancreas, infatti, la chemioterapia rappresenta oggi l’unica possibilità di agire su tutta la malattia, compresa quella diffusa in modo invisibile nell’organismo. Se questa fase non è sufficientemente efficace, la chirurgia da sola non può essere risolutiva.

La strategia neoadiuvante permette quindi di selezionare i pazienti che rispondono meglio alla terapia, favorendo una regressione complessiva della malattia – visibile e invisibile – e aumentando la probabilità che l’intervento chirurgico possa dare un contributo reale. Nello studio CASSANDRA lo schema PAXG ha mostrato risultati particolarmente promettenti: la sopravvivenza libera da eventi a tre anni dall’inizio della terapia è risultata più che raddoppiata rispetto allo schema standard mFOLFIRINOX, con un aumento delle risposte patologiche osservate all’intervento chirurgico. È Il successo di uno studio interamente finanziato da associazioni di pazienti”.

Quali sono queste associazioni e che unicità rappresentano?

“Sono My Everest, Codice Viola, Associazione per la Vita, Natalucci e Oltre la Ricerca. Si tratta di un successo della ricerca senza il supporto diretto dell’industria farmaceutica. Rappresenta quindi un importante viatico per proseguire in questa direzione. Questo modello di finanziamento è un esempio concreto di citizen science, in cui la società civile contribuisce attivamente al progresso della ricerca biomedica. Il coinvolgimento delle associazioni permette infatti di sostenere studi clinici realmente indipendenti su temi di grande rilevanza per i pazienti e di promuovere innovazioni terapeutiche che possono avere un impatto reale sulla pratica clinica”.

Nel caso raccontato dai media si parla di 11 somministrazioni (circa 5,5 cicli) di chemioterapia pre-operatoria seguite da chirurgia radicale. Quali sono i criteri clinici che permettono ai medici di decidere quando un tumore è diventato finalmente operabile?

“La decisione di procedere all’intervento chirurgico è sempre il risultato di una valutazione multidisciplinare, che coinvolge oncologi, chirurghi, radiologi, gastroenterologi e altri specialisti. Dopo la chemioterapia preoperatoria vengono rivalutati diversi parametri. Innanzitutto le immagini radiologiche, come TAC o risonanza magnetica, che permettono di verificare se il tumore si è ridotto e se il rapporto con i principali vasi sanguigni vicini al pancreas consente una resezione completa. Un secondo indicatore fondamentale è la risposta biologica, oggi valutabile anche attraverso la riduzione dei marcatori tumorali nel sangue. Questo parametro è particolarmente importante perché riflette l’andamento della malattia anche al di fuori di ciò che è visibile con gli esami strumentali. Infine vengono considerate le condizioni cliniche generali del paziente, l’assenza di progressione della malattia o di metastasi a distanza e la complessità tecnica dell’intervento. Se questi elementi sono favorevoli, il team multidisciplinare può ritenere che il tumore sia diventato resecabile e programmare la chirurgia con intento radicale”.

La prospettiva è di fare ancora meglio

Questo approccio potrebbe cambiare la strategia terapeutica per molti pazienti con tumore del pancreas, una neoplasia tradizionalmente associata a prognosi difficili. Che risultati stanno emergendo dagli studi clinici finora pubblicati?

“Nel contesto clinico oggetto dello studio CASSANDRA non esistono altri studi analoghi disponibili. Si tratta infatti del primo studio di fase 3 che confronta due diversi schemi chemioterapici utilizzati prima della chirurgia e del primo studio a livello mondiale che mette a confronto due diverse durate del trattamento preoperatorio, quattro mesi rispetto a sei mesi.

Il risultato rappresenta sicuramente un passo avanti nel trattamento del tumore del pancreas e testimonia come, in questa malattia, la ricerca indipendente abbia prodotto finora risultati molto rilevanti.

Non può però rappresentare un punto di arrivo. È già in fase di pianificazione e raccolta fondi il seguito di questo studio, denominato LOCH NESS, che punta a migliorare ulteriormente i risultati terapeutici”.

Caccia continua al “mostro”

Dopo l’intervento in alcuni casi non sono necessari ulteriori trattamenti oncologici. Quali fattori biologici o clinici permettono di evitare chemio o radioterapia dopo l’operazione?

“La probabilità di una recidiva dopo un intervento chirurgico, anche quando si osserva un’ottima risposta alla chemioterapia preoperatoria, non rappresenta purtroppo una garanzia di guarigione, proprio perché non possiamo avere la certezza di aver eliminato completamente le micrometastasi. Allo stato delle conoscenze attuali non esistono dimostrazioni definitive sull’utilità di terapie aggiuntive dopo l’intervento in questi casi. Ed è proprio questo il tema su cui si concentrerà il nuovo studio LOCH NESS. Il nome richiama simbolicamente la presenza di un ‘mostro sommerso’: una malattia residua invisibile che non vogliamo sottovalutare e che la ricerca cerca di affrontare con strategie sempre più efficaci”.

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