Senza gli impianti di desalinizzazione, nelle città del Golfo acqua per 48-72 ore. Ecco tutti gli scenari
Con l’estensione della guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, i governi regionali del Golfo Persico devono affrontare la propria vulnerabilità. La stabilità dei rifornimenti idrici viene messa a repentaglio. La maggior parte delle nazioni del Golfo dipende per l’acqua potabile dagli impianti di desalinizzazione costieri. Anche interruzioni, dirette o indirette, causate dal conflitto potrebbero innescare una rapida interruzione dei servizi essenziali.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno un consumo giornaliero pro capite tra 500 e 550 litri al giorno, più del 90 percento desalinizzata. Il Qatar ne consuma tra 400 e 450, al 99 percento desalinizzata, così come il Kuwait. Nel Bahrein i consumi giornalieri sono un po’ più contenuti, da 350 a 400 litri al giorno, ma la quota derivante dalla desalinizzazione è ancora elevatissima, tra il 90 e il 95 percento. A sua volta, l’Iran è un paese storicamente assetato; ma i suoi consumi non superano i 200 litri al giorno per abitante. La Persia è la culla della moderna ingegneria idraulica, poiché i suoi “qanat” di tremila anni fa hanno indicato all’umanità la via per rifornirsi d’acqua anche in condizioni geograficamente e climaticamente difficili (Fig.1). Tuttora, la quota della desalinizzazione iraniana è inferiore all’uno per cento, poiché le principali fonti sono le acque superficiali e sotterranee.

La vulnerabilità dei paesi del Golfo è enorme. In molte città le riserve di acqua dolce non superano 48–72 ore. L’acqua potrebbe diventare un’arma vera e propria, quella che subì Giulio Cesare, assediato ad Alessandria d’Egitto due millenni fa. Il De Bello Alexandrino racconta che i sostenitori di Tolomeo XIII usarono l’acqua come arma strategica, contaminando o danneggiando i pozzi dei Romani (Fig.2). Cesare se la cavò grazie alla genialità militare romana, ma soprattutto grazie all’arrivo delle truppe alleate guidate da Mitridate di Pergamo, che rovesciarono la situazione. Solo così Cesare sconfisse Tolomeo XIII e pose Cleopatra sul trono d’Egitto.

Che cosa potrebbe accadere secondo diversi possibili percorsi di escalation, caratterizzati del fattore tempo? Il nodo gordiano è la rapidità con cui i sistemi idrici potrebbero andare in tilt.
Nel primo scenario, le rotte di navigazione marittima vengono interrotte ma le infrastrutture non vengono prese di mira. La crisi si svilupperebbe gradualmente. Gli impianti di desalinizzazione dipendono da importazioni costanti di prodotti chimici, componenti di filtrazione e parti di ricambio. Una stretta nello Stretto di Hormuz potrebbe costringere gli stati del Golfo ad affrontare notevoli carenze di tali prodotti entro una settimana. Dopo diverse settimane, le riserve idriche si ridurrebbero, costringendo i governi a introdurre misure di razionamento e importazioni di emergenza.
Un secondo scenario riguarda le interferenze informatiche. Gli impianti di desalinizzazione sono controllati in larga misura da sistemi automatici, vulnerabili al sabotaggio digitale. Un attacco informatico potrebbe chiudere gli impianti nel giro di poche ore, innescando interruzioni a rotazione nelle principali città. Gli ospedali dovrebbero attivare le riserve idriche di emergenza. La domanda di acqua imbottigliata salirebbe alle stelle. Il recupero potrebbe richiedere settimane.
Un terzo scenario prevede la contaminazione ambientale —quali le fuoriuscite di petrolio o la diffusione di detriti navali. Il risultato sarebbe l’intasamento dei tubi di aspirazione dell’acqua di mare. Gli impianti chiuderebbero per evitare danni meccanici e chimici, provocando nel giro di pochi giorni una crisi diffusa. Gli stati più piccoli, quelli con riserve minime, sarebbero i più colpiti e, nel giro di poche settimane, i problemi igienico-sanitari potrebbero diffondersi a macchia d’olio.
Lo scenario più grave è un attacco diretto alle infrastrutture idriche. Sebbene improbabile a causa del suo impatto umanitario, anche un singolo colpo produrrebbe un caos immediato. La pressione degli acquedotti delle città colpite crollerebbe nel giro di poche ore, provocando il panico e sovraccaricando i servizi di emergenza. Nel giro di pochi giorni, alcune aree urbane sarebbero colpite dalla completa interruzione del servizio idrico. Quelle popolazioni sarebbero costrette a sfollare.
Lo scenario peggiore combina molteplici stress —interruzioni marittime, attacchi informatici, contaminazione ambientale attacchi mirati. In questo scenario, le nazioni del Golfo potrebbero assistere a gravi guasti del sistema nel giro di pochi giorni, con milioni di persone colpite nel giro di poche settimane. Il caldo, i guasti ai servizi igienico-sanitari e l’interdipendenza delle infrastrutture potrebbero trasformare un conflitto regionale in un disastro umanitario.
Nonostante queste fosche proiezioni, siamo certi che i governi abbiano predisposto adeguati piani di emergenza. Ciò nonostante, la fragilità idrica del Golfo non è mai stata così esposta al rischio —o così pericolosamente intrecciata con le dinamiche dei conflitti regionali. In un altro post ricorderò l’esperienza sul progetto, ormai accantonato di riqualificazione dello Shatt Al-‘Arab dal giardino dell’Eden (confluenza tra Eufrate e Tigri) e il mare.
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A due giorni dall’otto marzo, ricordo ancora la figura di Renée Good, simbolo di tutte le donne che hanno avuto il coraggio di affrontare un potere maschile cinico e disumano. Ode to Renée è una ballata ispirata ai poeti romantici; dedicata a questa donna gentile e a tutte le donne che si sono battute e si battono per la libertà e la giustizia, contro il potere crudo, cieco e brutale. Lo stesso potere imperiale che mette in pericolo l’intera umanità proseguendo la “guerra mondiale a pezzi” che Papa Francesco aveva vigorosamente condannato.