Tagliare il canone della tv pubblica? In Svizzera il referendum boccia la proposta
La tv pubblica svizzera Ssr è salva, almeno per ora. Ieri il referendum popolare ha bocciato l’iniziativa “Duecento franchi bastano!”, lo slogan che chiedeva di abbassare del 40% – da 335 a 200 franchi svizzeri (220,2 euro al cambio attuale) – il canone annuale della tv. Ha votato il 55,8% degli aventi diritto, con il sì che ha raggiunto il 38,05%, ottenendo 1.188.289 voti, mentre il no ha raggiunto il 61,95% con 1.934.369 voti. La decurtazione del canone avrebbe significato ridurre di 800 milioni di franchi (poco meno di un miliardo di euro) gli incassi della radiotv pubblica decretando di fatto la fine della Rsi, la Radiotelevisione della Svizzera Italiana che trasmette nella nostra lingua da Lugano. Ma proprio nel Canton Ticino il “no” ha ottenuto un risicato 53,29%: nonostante il rischio di perdere la radiotv pubblica in italiano quasi un ticinese su due ha votato a favore del taglio.
L’iniziativa popolare “200 franchi bastano! (Iniziativa Ssr)” è stata lanciata da un comitato che includeva esponenti dell’Udc (Unione Democratica di Centro), tra cui il consigliere nazionale Thomas Matter. Si tratta di un partito di estrema destra nazionalista e ultraconservatore che nelle elezioni federali del 2019 è risultato il più rappresentato al Consiglio nazionale, dove occupa oltre un quarto dei seggi. Per dare un’idea dell’orientamento, che dal 1999 ha sempre ottenuto ottimi risultati elettorali federali, c’è la proposta depositata da poco alla cancelleria federale di Berna, con 114.600 firme raccolte in nove mesi, di una legge per limitare la popolazione a 10 milioni, di fatto bloccando l’ingresso di nuovi immigrati. Il comitato dell’iniziativa “200 franchi bastano!” sosteneva che la somma fosse sufficiente per un’offerta radio-tv pubblica di base, criticando la Ssr per l’attuale costo ritenuto troppo elevato.
Il canone radiotelevisivo in Svizzera dal 2021 costa 335 franchi l’anno (prima erano 365) per ogni famiglia, indipendentemente dal numero di apparecchi posseduti. La fattura viene inviata annualmente o trimestralmente. E’ esentato solo chi riceve prestazioni di assistenza pubblica complementare, quelle che sostengono finanziariamente pensionati o invalidi il cui reddito non copre il fabbisogno vitale minimo. Dal primo gennaio 2027 è già previsto comunque che il canone scenderà a 312 franchi l’anno ed entro il 2029 a 300. Per i convitti o le case di riposo il canone è di 670 franchi all’anno. Le imprese pagano di più.
È la seconda volta che gli svizzeri bocciano in modo chiaro “un’iniziativa che intendeva attaccare il servizio pubblico radiotelevisivo“, ha spiegato al Corriere del Ticino l’Associazione ticinese dei giornalisti (Atg), ma “c’è ora da sperare che il fronte” di chi ha lanciato il referendum “abbia capito la portata di questa doppia lezione del cittadino sovrano e che la voglia accettare”. Con la riduzione del canone tv a 300 franchi a partire dal 2029, la Rsi dovrà comunque tagliare circa 100 posti di lavoro. Il referendum, ha spiegato in una nota l’Atg, “ha confermato che un certo ‘trumpismo mediatico’ esiste anche in Svizzera e in Ticino. Una corrente che non perde occasione per schierarsi contro l’informazione indipendente e contro il sistema mediatico” svizzero, “non se la prende solo con il servizio pubblico, ma anche con le testate giornalistiche private. Non va dimenticato che chi ha lottato contro la Ssr nel 2022 aveva promosso un referendum contro un pacchetto di aiuti ai media privati locali. Referendum purtroppo riuscito”.
Di segno totalmente opposto la reazione dell’Udc. “Era abbastanza nell’aria”, ha spiegato a TicinOnline l’esponente politico ticinese dell’Udc Piero Marchesi. “La mobilitazione a favore del servizio pubblico è stata importante. Associazioni sportive, culturali e molte altre realtà si sono schierate contro l’iniziativa. Malgrado gli scenari apocalittici disegnati dai contrari (perdite milionarie, meno posti di lavoro, coesione nazionale a rischio) e il tentativo di spaventare la popolazione, un ticinese su due ha votato a sostegno dei ‘200 franchi bastano’. Questa è la conferma che esiste una certa insofferenza verso la Rsi. Il Ticino era infatti il cantone che, oggettivamente, avrebbe perso più di altri”. L'”insofferenza” secondo Marchesi dipende da “un livello di organico e di risorse sproporzionato, soprattutto nel confronto con altre realtà locali. Poi, non da ultimo, ed è l’aspetto che pesa di più, c’è il sentimento, che ormai non è più solo una percezione, che l’informazione della Rsi sia sbilanciata a sinistra. Credo che molti ticinesi lo abbiano notato più volte e che questa percezione di mancata imparzialità dia fastidio. Immagino quindi che una parte dei sì sia arrivata anche per questo motivo”.