L’immigrazione è strutturale per la nostra economia: paradosso evidente con un governo sovranista
di Michele Agagliate
L’Europa pesa oggi poco più del 7% della popolazione mondiale. L’Africa supera il miliardo e mezzo di abitanti e registra ogni anno un saldo naturale superiore ai 35 milioni di persone. È uno squilibrio strutturale tra un continente giovane e uno che invecchia rapidamente.
In Italia l’età media continua ad aumentare, le nascite diminuiscono e sempre più comparti produttivi lamentano una cronica mancanza di lavoratori. È in questo scenario che si inserisce il dibattito sull’immigrazione: un confronto che da anni rimbalza tra allarmismi continui e slogan rassicuranti, ma che raramente entra davvero nel merito della questione economica.
Non si tratta di fingere che i flussi non esistano, né di agitarli come un pericolo permanente. La questione vera è un’altra: capire quale modello economico li renda non un’eccezione, ma un ingranaggio strutturale del sistema produttivo.
L’Africa non è un continente “povero” in senso naturale. È ricchissima di risorse strategiche. Eppure, nel corso degli ultimi decenni, ogni tentativo di costruire modelli di sviluppo realmente autonomi si è scontrato con equilibri internazionali complessi. Figure come Thomas Sankara o, in altro contesto, Muammar Gheddafi hanno rappresentato — con tutte le differenze del caso — tentativi di affrancamento politico ed economico che si sono conclusi in colpi di Stato o conflitti armati maturati dentro scenari geopolitici dove gli interessi esterni hanno avuto un peso rilevante.
Il risultato storico è sotto gli occhi di tutti: esportazione di materie prime, dipendenza finanziaria, trasformazione limitata delle risorse sul territorio. In questo quadro le migrazioni sono solo una diretta conseguenza.
Tornando all’Italia, il paradosso è evidente. Il nostro è un sistema che in molti comparti compete comprimendo il costo del lavoro: agricoltura intensiva, logistica, edilizia, servizi a bassa qualificazione. In queste filiere la presenza di manodopera straniera, spesso in condizioni contrattuali fragili o irregolari, è un fattore di equilibrio del sistema.
Un governo che si definisce sovranista e promette difesa dei confini continua ad approvare quote di ingresso significative e opera dentro un impianto economico liberista che non mette realmente in discussione il dumping salariale. La retorica è identitaria; la struttura resta di mercato.
L’immigrazione irregolare non riguarda soltanto la sicurezza e l’ordine pubblico, ma è anche il risultato di un sistema economico che trova conveniente una forza lavoro ricattabile e fragile. Finché il nostro modello produttivo continuerà a reggersi su salari compressi e flessibilità spinta, la richiesta di manodopera a basso costo non svanirà con una legge.
La demografia fotografa dinamiche di lungo periodo, l’economia invece orienta gli incentivi nel presente. Se non si mette mano a quest’ultima, la prima continuerà a essere evocata come giustificazione retorica, buona per il dibattito ma inutile per cambiare davvero le cose.
Un sovranismo che non mette in discussione il liberismo resta una posizione di facciata. Se non si interviene sulle logiche di mercato e sulla struttura dei salari, le dinamiche economiche continueranno a produrre gli stessi effetti, al di là delle dichiarazioni politiche.