Il vero ostaggio nello Stretto di Hormuz non è solo il petrolio in viaggio. È il petrolio di riserva
di Giuseppe Pignataro*
Non stiamo pagando la scarsità del petrolio. Stiamo pagando la sua impossibilità a farsi presenza. Una merce esiste davvero solo se passa: per mare, per assicurazione, per fiducia. È questo il senso economico della guerra in Iran e della crisi di Hormuz. Il greggio c’è ma non la possibilità di consegnarlo. E a quel punto il prezzo invade tutto: benzina, gas, tassi, noli, inflazione, Borse, perfino il costo degli oggetti più banali.
Per capire la scena conviene distinguere due sigle. La EIA è l’agenzia statistica americana dell’energia: misura flussi, scorte, colli di bottiglia. La IEA è l’Agenzia internazionale dell’energia, nata dopo la crisi del 1973: legge il mercato e la sua sicurezza. E proprio i loro dati raccontano la parte meno ovvia della storia. Prima dell’escalation, il mondo non stava entrando in una carestia petrolifera. La IEA vedeva per il 2026 un’offerta in crescita di 2,4 milioni di barili al giorno contro una domanda in aumento di appena 850 mila, con scorte mondiali salite di 477 milioni di barili nel 2025. In altre parole: il sottosuolo non era vuoto. Si è rotta la superficie.
Hormuz è il luogo in cui la geografia diventa destino. Nel 2025 vi sono transitati circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti: un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio. Le alternative esistono solo sulla carta e comunque in misura insufficiente: i bypass sauditi ed emiratini possono deviare appena una parte di quei flussi. Ma il punto decisivo è ancora più interessante. Lo Stretto non blocca soltanto il barile che passa. Blocca il barile che dovrebbe salvarci quando il prezzo impazzisce. Perché gran parte della capacità produttiva inutilizzata del mondo, quella che in teoria serve a calmare il mercato, sta proprio dalla parte del Golfo che dipende da Hormuz. Il vero ostaggio, allora, non è solo il petrolio in viaggio. È il petrolio di riserva.
Qui l’Europa scopre un altro paradosso. La maggior parte del greggio che passa per Hormuz non è diretta a noi, ma all’Asia. Eppure noi paghiamo lo stesso. Per una ragione semplice: i prezzi dell’energia sono globali, non patriottici. L’Europa non paga soltanto il proprio barile; paga il prezzo mondiale del barile altrui. Lo stesso vale per il gas. Quasi un quinto del commercio globale di GNL passa da Hormuz, soprattutto dal Qatar, e non esistono rotte alternative equivalenti. Anche quando le molecole non mancano subito, manca la tranquillità del mercato. E la tranquillità, in economia, ha sempre un prezzo.
È per questo che il caro petrolio ‘invade’ i mercati. Il 9 marzo il Brent ha toccato 119,50 dollari. Ma non si limita a rincarare il pieno. Rincara l’assicurazione delle navi, il credito, i fertilizzanti, i trasporti, le aspettative delle banche centrali. Non a caso i premi di guerra marittimi sono esplosi, alcuni assicuratori hanno ridotto o ritirato coperture, e Washington è arrivata a offrire una riassicurazione pubblica fino a 20 miliardi di dollari per rimettere in moto i traffici nel Golfo. È un dettaglio solo in apparenza tecnico. In realtà è una confessione filosofica: quando il rischio sale davvero, il libero mercato chiede lo Stato.
Come finirà? Ci sono tre scenari. Il primo è la de-escalation rapida: scorte strategiche, riapertura progressiva dei traffici, prezzi che si sgonfiano senza tornare innocenti. Il secondo è il logoramento: petrolio alto per settimane, gas più caro, banche centrali più caute, Europa più debole. Il terzo è il più serio: una lunga crisi della fiducia. Navi che non partono, coperture che saltano, industria che rinvia, famiglie che pagano. Non sarebbe solo uno shock energetico. Sarebbe una lezione politica. La globalizzazione non è una legge di natura. È una tregua armata fra strettoie. E ogni volta che una di quelle strettoie diventa guerra, scopriamo che il petrolio non domina il mondo perché è raro. Lo domina perché passa da pochi luoghi.
* Docente Università di Bologna, Dipartimento di Economia