Guerra in Iran, da che parte sta Dio? Cristianesimi a confronto: dal “tacciano le armi” del Papa alle bombe su Teheran “progetto divino” dei pastori Maga
“Da che parte stava Dio…?”. L’annosa questione posta dal padre gesuita Bartolomeo Sorge sulla rivista “Aggiornamenti sociali” in riferimento alla guerra di George W. Bush in Iraq, torna a galla due decenni dopo, mentre il mondo conta le prime 1.400 vittime (200 donne e 200 bambini) della guerra “preventiva” – cioè, illegale – voluta dall’asse Trump-Netanyahu in Iran. Da Baghdad (2003-2011) a Teheran i potenti “hanno tirato in ballo Dio, quasi ad ‘arruolarlo’, ciascuno nelle proprie armate”. E il problema riguarda non tanto l’Islam, spesso sul banco degli imputati (causa fondamentalismi e la ferita del terrorismo), ma il cristianesimo, che in questa parte di mondo è chiamato a fare i conti con le proprie divisioni e contraddizioni: alla mitezza di Leone XIV, che prega affinché “cessi il fragore delle bombe” e si ascolti “la voce dei popoli”, si contrappone il sermone di telepredicatori statunitensi come John Hagee, fondatore di Christians United for Israel, per il quale l’operazione “Epic Fury” è una “favolosa vittoria militare“, “voluta da Dio”, che ci avvicina alla “fine dei tempi”. Ma non solo. Hagee – che vanta un patrimonio di circa 5 milioni di dollari – azzarda anche la profezia su una futura “operazione Epic Fury verso la Russia”.
La stessa linea di discorso viene adottata dal pastore battista Jack Graham, che ha ringraziato Trump per la sua “coraggiosa leadership“, poiché “attaccando l’Iran elimina una minaccia contro Israele, Stati Uniti e il mondo intero“. I pastori della guerra puntano il dito contro Iran e Russia basandosi su interpretazioni discutibili dell’Antico testamento, in particolare del Libro di Ezechiele (capitolo 38), considerandolo un “copione letterale della Terza guerra mondiale“. Nasce così la spinta al “sostegno incondizionato degli Usa” a Israele e, su questa scia, il recente momento di preghiera con decine di pastori evangelici che allo Studio Ovale hanno imposto le mani al presidente Usa Donald Trump, implorando per la sua “protezione“. C’è anche un profondo legame tra l’amministrazione Usa e i pastori vincolati al Christian nationalism, che vanta l’adesione del 30% degli americani. Già durante la campagna presidenziale Usa la Faith & Freedom Coalition ha stanziato 62 milioni di dollari per mobilitare il voto evangelico verso Trump. Inoltre le chiese evangeliche Usa vantano importanti esenzioni, considerate una sorta di “sussidio invisibile” che ammonta a 71 miliardi di dollari annui.
Ma non tutte le Chiese evangeliche sono dalla parte del Tycoon. “Questa pericolosa spirale di violenza mette milioni di civili in pericolo immediato, mina la sicurezza regionale e minaccia la fragile stabilità economica e sociale del Medioriente“, ha detto il segretario generale del Consiglio mondiale delle Chiese, Jerry Pillay, che riunisce 350 denominazioni, subito dopo l’inizio del conflitto. Nel frattempo la retorica della fine dei tempi va oltre i telepredicatori e viene adottata dallo stesso segretario di Guerra, Pete Hegseth, per il quale la guerra in Iran “è parte del piano divino di Dio”. Il messaggio è giunto ai soldati Usa e, secondo il Guardian, è stato oggetto di oltre 200 denunce giunte alla Military Religious Freedom Foundation. “Ci è stato detto ‘Trump è stato unto (come i re, nell’antichità, ndr) da Gesù per accendere la fiamma in Iran con la finalità di provocare l’Armageddon e facilitare il suo ritorno sulla Terra‘”, denunciano alcuni soldati.
La versione di un “Trump che fa la volontà di Dio” non convince le Conferenze episcopali cattoliche, là dove i vescovi Usa hanno chiesto a Washington di “scongiurare una guerra regionale” e i presuli europei hanno esortato Bruxelles a riscoprire la sua “vocazione originale di pace”. Inoltre i vescovi italiani hanno convocato una Giornata di preghiera e digiuno per il prossimo venerdì 13 marzo, perché “si apra presto un cammino di pace stabile e duratura”. “La guerra non è e non può essere la risposta”, si legge nella nota, a firma del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei. E ancora: “Il rumore assordante delle armi non può soffocare la dignità e le aspirazioni dei popoli”. Altre voci giustificano l’attacco Usa con il contrasto alla persecuzione dei cristiani a Teheran. “Dio è all’offensiva, lottando e attirando molte persone verso sé stesso”, è una frase attribuita da Charisma News a Lana Silk, presidente dell’Ong Transform Iran, che parla addirittura di un “ravvivamento” cristiano nella regione. Però i cristiani in Medioriente, pur essendo abituati alle guerre, temono di “scomparire” in mezzo all’escalation. “Quelli rimasti qui non hanno molta speranza”, denuncia Dilan Adamat, dell’associazione “The Return”, che in riferimento al Kurdistan iracheno spiega a Vatican News: “Negli ultimi 25 anni abbiamo perso il 25% della popolazione”. In fondo la vecchia teoria della “guerra preventiva”, elaborata dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 dall’allora sottosegretario della Difesa Usa Paul D. Wolfowitz – recentemente contestata dal segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin – era già all’epoca ritenuta “moralmente inaccettabile”, “giuridicamente insostenibile” e “politicamente sbagliata” dai vescovi degli Stati Uniti e d’Inghilterra e Galles.