Guerra in Iran, non solo petrolio: ora l’incubo dei Paesi del Golfo di restare senz’acqua rischia di diventare realtà
Sotto la superficie dell’economia degli idrocarburi c’è una risorsa molto più fragile e fondamentale per la stabilità nel Golfo Persico: l’acqua dolce. In una regione desertica che ospita metropoli e poli industriali tra i più avanzati del pianeta, la sopravvivenza quotidiana dipende essenzialmente dalla capacità tecnologica di trasformare l’acqua del mare in acqua potabile. Dipendenza che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran trasforma ora nel principale tallone d’Achille dell’area.
La mattina di domenica 8 marzo il governo del Bahrain ha denunciato che uno dei suoi principali impianti di desalinizzazione è stato colpito da un attacco con drone che le autorità del regno indicano come di fabbricazione iraniana. La struttura che ha riportato danni materiali dovrebbe trovarsi nell’area industriale di Al Hidd, nel Governatorato di Muharraq, dove hanno sede una centrale elettrica e un grande impianto idrico che, secondo alcune fonti, fornisce il 75% del fabbisogno di acqua potabile del paese. Le autorità hanno dichiarato che la produzione di acqua è proseguita grazie ai sistemi di ridondanza della rete nazionale, ma denunciano l’episodio come un attacco contro infrastrutture civili critiche. Il caso segna un passaggio significativo nell’escalation regionale perché porta direttamente nel conflitto uno dei pilastri invisibili della sopravvivenza nei Paesi del Golfo. L’attacco, che ha poi finito per interessare anche l’impianto, aveva colpito la base statunitense di Juffair nella giornata di sabato e sarebbe la riposta di Teheran a un precedente raid americano che avrebbe colpito il desalinizzatore sull’isola iraniana di Qeshm. Gli Stati Uniti, dalla loro, hanno negato di aver preso di mira infrastrutture idriche iraniane.
Il caso del Bahrain rende tangibile una fragilità strutturale che numerosi centri di ricerca indipendenti analizzano da anni. La desalinizzazione è stata la vera risposta tecnologica che ha reso abitabili e produttive le economie del Golfo, ma ha anche creato una dipendenza sistemica, con una domanda sempre crescente che espone gli Stati a rischi strategici. Il Kuwait ricava circa il 90 per cento della propria acqua potabile dalla desalinizzazione, l’Oman l’86 per cento, l’Arabia Saudita circa il 70 per cento. Per gli Emirati Arabi Uniti la percentuale si attesta al 42%, ma nei grandi centri urbani sulla costa come Dubai (foto) la percentuale è più alta: fino al 96% del consumo domestico proviene da strutture di desalinizzazione. Lo stesso Iran ha una dipendenza che supera il 50%. Nel complesso, nel Golfo Persico si concentra una delle più imponenti reti di impianti al mondo: oltre 400 strutture che trasformano ogni giorno acqua marina in risorsa vitale per città, industrie e per le stesse infrastrutture energetiche. Senza dimenticare che gli impianti devono necessariamente essere costruiti lungo la costa e sono quindi facilmente individuabili e difficili da proteggere in caso di conflitto.
A questo si aggiunge un secondo elemento critico: il sistema idrico del Golfo è strettamente integrato con quello energetico. Molti impianti funzionano in cogenerazione con centrali elettriche: la stessa infrastruttura produce energia e acqua. In pratica, colpire una centrale può significare l’interruzione contemporanea delle forniture elettrica e idrica. Per questo la desalinizzazione non è soltanto una tecnologia civile ma una vera infrastruttura strategica. L’industria petrolchimica, la produzione energetica, i grandi complessi industriali e la limitata agricoltura della regione dipendono tutti da flussi continui di acqua tecnica. Per non parlare del fatto che l’interruzione prolungata della produzione di acqua avrebbe immediate conseguenze per la popolazione. Analisi meno recenti avevano stimato in pochi giorni la sopravvivenza dei grandi centri urbani: nel 2008 un dispaccio di WikiLeaks citato dal New York Times indicava per la capitale dell’Arabia Saudita, Riyad, la necessità di evacuazione in una sola settimana. Negli anni la produzione è aumentata e l’implementazione è sempre in agenda per paesi che si concentrano sulla disponibilità idrica ma, denuncia il think tank indipendente Arab Gulf States Institute di Washington, trascurano gli aspetti ambientali e di uso sostenibile legati alla combinazione di desalinizzazione e sfruttamento eccessivo delle falde.
Il rapporto tra impianti e ambiente è di per sé un fattore di vulnerabilità della rete idrica, decisamente esposto ai pericoli legati al conflitto che non sono solo quelli di un attacco diretto. Studi recenti nel campo della sicurezza energetica e climatica evidenziano i rischi associati alla concentrazione di impianti lungo le coste, sensibili all’innalzamento delle temperature, ai cambiamenti di salinità e più in generale agli eventi estremi. Emerge così che un grave inquinamento marino, provocato ad esempio da un grande sversamento petrolifero o dal sabotaggio di infrastrutture energetiche offshore, potrebbe contaminare le prese d’acqua degli impianti e danneggiare le membrane di osmosi inversa che separano sale e altre impurità dall’acqua dolce, interrompendo la produzione su vasta scala che permette a decine di milioni di persone di vivere, lavorare e produrre in uno dei territori più aridi del pianeta. Se quella messa in atto dall’Iran è una strategia per destabilizzare l’intera area contro l’offensiva statunitense e israeliana, l’acqua dolce potrebbe diventare l’obiettivo più sensibile.