“Dite di non avere tempo di cucinare, ma avete tempo per vedere i cuochi in tv”. Franco Berrino a teatro lancia al pubblico il cibo preconfezionato dei treni
“Dite di non avere tempo di cucinare il cibo vero, ma avete tempo per vedere i cuochi che cucinano in tv”. Con il suo fare educato e pungente Franco Berrino non le manda mai a dire. Papillon d’ordinanza, completo verde natura, sciarpa a scacchi colorati, il celebre medico e nutrizionista si alza dalla poltrona e passeggiando lemme lemme copre diverse volte tutto il palco del Teatro delle Celebrazioni di Bologna. “Vi racconto un aneddoto su conservanti e additivi, sostanze dannose per la salute messe intenzionalmente nei cibi industriali dall’industria alimentare”, spiega sornione l’81enne Berrino nel suo slancio performativo a metà dello spettacolo Indovina chi ci inganna a cena. “Giorni fa ho viaggiato sul Frecciarossa in prima classe. Da vecchio è un lusso che mi concedo. Ebbene lì ti danno qualcosa da mangiare in una scatola rossa. Era un panino alla coppa e sulla confezione erano segnati 43 ingredienti: uno era la coppa gli altri 42 erano nel pane (risate del pubblico ndr). Venendo qui da Milano l’altro giorno non c’era la coppa ma mi hanno dato un panino al formaggio e sulla confezione c’erano 27 ingredienti, se li volete?”.
A quel punto Berrino svuota le tasche e lancia in mezzo al pubblico due pacchetti confezionati. Insomma, con buona pace di Trenitalia, lui quella roba non la mangia. E nemmeno Sabrina Giannini, l’autrice del fortunato programma tv Indovina chi viene a cena e di questo spin off teatrale dove la formula è quella di un dialogo tra lei e Berrino che diventa una dettagliata e battagliera crociata contro veleni e avvelenamento del (e nel) cibo che mangiamo ogni giorno. “Quando mi dicono che guardando il mio programma non si mangia più niente, io sorrido. Però sono felice e riconoscente perché vuol dire che c’è una comunità che vuol sapere la verità.”, esordisce la Giannini aprendo a Bologna la prima di Indovina chi ci inganna a cena. Trent’anni di inchieste, trenta cause (“mai una persa e molte sventate”), tra cui una che è durata addirittura 18 anni (“il gruppo Cremonini, il più grande macellatore d’Europa, mi chiese 10 milioni di euro di danni”), Giannini scansa comunque ogni autocelebrazione: “I martiri sono altri: gli inconsapevoli 11 milioni di morti ogni anno causati dal sistema cibo, gli schiavi che lo producono per arricchire i pochi feudatari dell’era moderna, i 100 miliardi di animali trattati come merce, le foreste e la terra, e vogliamo dire dei miliardi di persone che muoiono di fame?”.
Il canovaccio del talk Giannini-Berrino, poliziotto cattivo e poliziotto… cattivo, sorta di manovra a tenaglia della logica e del sapere oltre ogni convenzionale menzogna, si srotola attorno ai temi degli additivi e dei conservanti nel cibo industriali, dei pesticidi agricoli (fragole e mele attenzione massima) che diventano magicamente consentiti tra i “limiti” imposti dall’Europa e dalle sue demoniache lobby, delle nuove malattie mortali (in crescita sono proprio il cancro all’intestino e la pancreas soprattutto nei giovani) provocati dal cibo processato industrialmente con quegli ingredienti tossici che a caratteri lillipuziani nelle confezioni iniziano per E. Ma è sul tasto della prevenzione che puntano i due “attori”. Quell’attività spesso avversata dalla medicina ufficiale (“non crea gran business”, sottolinea il prof), sia attraverso lo screditamento e la corruzione della ricerca, tanto che la battuta della serata, che potrebbe diventare motivo di polemica per direttissima, riguarda proprio i professionisti che si occupano di gastroenterologia. “Spero non ci sia un gastroenterologo in sala”, afferma Berrino. “Sei anni per laurearsi, cinque per la specializzazione, ma nemmeno un’ora di lezione sul cibo. Insomma, è paradossale, ma se avete mal di pancia meglio stare lontano dai gastroenterologi”.
“Tenevo una rubrica sul Corriere online e parlando di colite ulcerosa menzionavo la possibilità di migliorare lo stato di salute prima di tutto con quello che mangiamo. Arrivarono lettere di protesta dall’ordine dei medici, dalla società scientifica. Era ed è quasi una bestemmia che la malattia si possa curare senza usare farmaci”, chiosa. Indovina chi ci inganna a cena è un j’accuse che non risparmia nessuno, che inchioda il grande capitale industriale dell’alimentazione alle proprie non mondabili responsabilità, invitando a consumare cibo il meno processato possibile e alla formazione di una coscienza libera ed indipendente che spesso è l’unica arma per invertire la rotta di abitudini e dinamiche economico finanziarie globali. Un unico neo: è toccato proprio in fondo, proprio appena sfiorato, a pochi istanti dal gong, il tema dello sfruttamento animale, del massacro inaudito di macelli e allevamenti intensivi per tornare di nuovo al confezionamento di cibo industriale e nocivo. Ci sono altre date a marzo, tra Torino, Firenze, Venezia, Roma e Milano. C’è tempo per aggiungere qualche minuto in più.