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C’è differenza tra potere maschile, femminile e femminista

Le donne possono condurre a determinate condizioni: che siano gentili, rassicuranti, che non facciano rumore, che non facciano sentire minacciato chi, quel potere, lo esercita da secoli
C’è differenza tra potere maschile, femminile e femminista
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di Maria Laura Amendola

Ho sempre creduto che il potere fosse qualcosa di tangibile, manifesto, addirittura teatrale. E lo è, in parte. Dall’altra, mi sono resa conto che il potere è più simile all’aria: non lo vedi, ma decide quanto puoi respirare. Decide quanto spazio occupi. Ho imparato presto che il potere femminile è tollerato solo a determinate condizioni: che sia gentile, rassicurante, che non faccia troppo rumore, ma – soprattutto – che non faccia sentire minacciato chi, quel potere, lo esercita da secoli indisturbato. E così, nel mantenere una posizione pubblica – che sia lavorativa, o che coinvolga qualsiasi altro aspetto della propria vita – molte di noi imparano a “regolarsi”. A limarsi. A precedere l’obiezione. A trasformare l’ambizione in imbarazzo, la rabbia in autocontrollo, il desiderio di incidere nelle società in una versione più accettabile di se stesse.

È una forma di violenza trasparente, appena percettibile. E funziona anche senza carnefici evidenti.

Funziona perché interiorizziamo il limite. Lo facciamo nostro. Impariamo a non sconfinare. Perché il potere non è solo ciò che ci viene negato, è anche ciò che ci viene fatto pagare. A ogni passo avanti, corrisponde un costo: in reputazione, in solitudine, in esposizione. Eppure, il problema non è il potere in sé, ma la sua distribuzione. Il fatto che venga considerato (togliere come) neutro quando neutro non è. Che venga naturalizzato mentre è storicamente costruito. Che venga difeso come se fosse un diritto e non un privilegio.

C’è una confusione ricorrente, comoda, tra potere femminile e potere femminista. Una confusione che permette al sistema di assorbire la presenza delle donne senza mettersi mai in discussione. Il potere femminile è misurabile, visibile, soprattutto spendibile simbolicamente. Serve a dimostrare che “si può arrivare”, che l’esclusione non è più totale. Ma, da solo, non è trasformativo. Lo dimostra, per fare un esempio, la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ogni volta in cui rivendica la propria leadership costruita su codici tradizionalmente maschili: verticalità, decisionismo, retorica della forza, difesa dell’ordine.

Il potere maschile – quello sistemico, storico, normalizzato – non ha bisogno di dichiararsi. È dato ed è verticale. Funziona per accumulo, per esclusione, per gerarchia. Ha un centro e difende i suoi confini. Il potere femminista, invece, nasce già sotto sospetto (togliere Non è mai neutro). Non è mai neutro. È sempre “di parte”, “ideologico”, “esagerato”. Per poter “stare al tavolo”, deve spiegarsi. Deve dimostrare di non voler distruggere tutto. Ma il potere femminista non si misura in ruoli o posizioni, si misura nella capacità di redistribuire spazio. E forse è proprio questo che lo rende minaccioso. Perché non chiede di essere incluso. Chiede che “il tavolo” venga rifatto. Che le regole cambino.

Il potere maschile, quand’è messo in crisi, non si trasforma, si irrigidisce. Non si interroga, colpisce. Più si sente minacciato, più la violenza viene legittimata come necessaria, inevitabile. Se ci fosse un’immagine capace di sintetizzare il nostro tempo è il potere maschile che torna a mostrarsi senza pudore. Che non si maschera nell’essere neutro, inclusivo, ma apertamente si dichiara nel dominio e nella sopraffazione. La guerra, ancora una volta, ne è la grammatica più chiara.

In questo senso, l’impersonificazione più riuscita – seppur a tratti caricaturale – sta nell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump. E si rivela, con maggiore precisione, nel modo in cui reagisce quando una donna esercita una funzione pubblica che implica autorità e competenza. In particolare, quando una donna fa domande. Ogni volta che una giornalista lo incalza, che interrompe la narrazione autocelebrativa, che chiede conto di una contraddizione o di una responsabilità, la risposta non è nel merito. È nella delegittimazione. Non della domanda, ma di chi la pone. La giornalista diventa “nasty”, “bad”, aggressiva, scorretta, faziosa. Il suo gesto professionale – chiedere, verificare, insistere – viene risignificato come attacco personale.

È un meccanismo antico: spostare il conflitto dal piano politico a quello emotivo. E quando a farlo è una donna, la punizione simbolica è immediata: va ridimensionata, ridicolizzata, zittita. Non perché abbia torto, ma perché osa, perché lo spazio del conflitto decide di occuparlo. Ed è nello spazio del conflitto che sta il potere femminista, che – com’è già scritto poco sopra – non è una scorciatoia verso l’alto. È una frattura. E, come tutte le fratture, non è indolore. Ma è l’unica da cui possa entrare aria.

* Questo articolo è parte di una campagna a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste per denunciare la violenza di genere nel lavoro e nella sfera pubblica.

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