“Con la destra al governo la condizione delle donne è migliorata? La risposta è sotto gli occhi di tutti”
Dopo quattro anni di governo guidato per la prima volta da una donna, il bilancio delle politiche di genere in Italia non può più essere rinviato. La domanda è semplice: la condizione delle donne è migliorata, è rimasta ferma o è addirittura peggiorata? La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti.
Nel programma politico di Giorgia Meloni le donne sono di fatto scomparse. Non soltanto dal linguaggio pubblico, ma soprattutto dalle politiche. Sono scomparsi gli interventi strutturali pensati per ridurre le disuguaglianze e abbattere le discriminazioni. Eppure i numeri raccontano una realtà che dovrebbe imporre tutt’altra agenda: in Italia il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Europa, fermo intorno al 57%, oltre 13 punti sotto la media europea, mentre il divario tra occupazione maschile e femminile supera i 17 punti percentuali. Sono dati che descrivono un problema strutturale. Eppure, quando il tema emerge nel dibattito pubblico, la presidente del Consiglio preferisce trasformarlo in una narrazione personale. Lo ha fatto, per esempio, attaccando le quote rosa e sostenendo che “la vera libertà è potersi guadagnare sul campo la propria posizione” e che il compito dello Stato è soltanto quello di garantire che “la partita non sia truccata”.
Il sottotesto è evidente: se ce l’ho fatta io, allora possono farcela tutte. Chi non riesce, evidentemente, non è stata abbastanza capace o determinata. È la retorica della “donna forte” elevata a paradigma politico che conferma la narrazione sulle donne come soggetti non discriminati ma deboli. Una narrazione individualista che cancella le strutture sociali, le disuguaglianze materiali e gli ostacoli sistemici che ancora oggi limitano la partecipazione delle donne alla vita economica, politica e istituzionale. Ma le quote rosa non sono concessioni né favoritismi per donne presunte incapaci. Sono strumenti temporanei di riequilibrio pensati proprio per scalfire quei muri fatti di stereotipi, pregiudizi e consolidate alleanze maschili che continuano a spartire il potere tra uomini, escludendo le donne dai luoghi decisionali.
Se proviamo a fare un elenco di ciò che il governo Meloni non ha fatto per le donne, la lista è lunga.
Non ha difeso con decisione il diritto all’autodeterminazione in materia di aborto, né ha affrontato il problema dell’altissima percentuale di obiettori di coscienza che, di fatto, rende in molte strutture sanitarie estremamente difficile applicare la legge 194. In Italia oltre il 60% dei ginecologi è obiettore, con punte che in alcune regioni superano il 70%. Nel 2024, inoltre, il governo ha aperto le porte alle organizzazioni pro life all’interno dei consultori. Nel frattempo, da oltre un anno il Ministero della Salute non pubblica i dati annuali sull’interruzione volontaria di gravidanza: gli ultimi disponibili risalgono al 2022.
Sul fronte del lavoro e delle pensioni il governo ha cancellato l’Opzione Donna, non rinnovandola nella legge di bilancio per il 2026, rendendo così più difficile l’accesso alla pensione anticipata. Si trattava di una misura che consentiva alle lavoratrici di andare in pensione tra i 58 e i 60 anni — a seconda delle proroghe — con almeno 35 anni di contributi. Una misura pensata anche per riconoscere il peso del lavoro di cura che continua a gravare prevalentemente sulle donne. Il lavoro di cura non retribuito resta infatti uno dei pilastri della disuguaglianza di genere: secondo l’Istat le donne dedicano mediamente oltre cinque ore al giorno al lavoro domestico e familiare, quasi il doppio rispetto agli uomini.
Dulcis in fundo, alla fine di febbraio la maggioranza ha inoltre bocciato il ddl Schlein che avrebbe introdotto il congedo parentale paritario tra madri e padri. La proposta prevedeva — come già accade in diversi Paesi europei — cinque mesi di congedo per ciascun genitore retribuiti al 100%. La Ragioneria dello Stato ha espresso parere negativo per la mancanza di coperture finanziarie, stimate in circa 4,5 miliardi di euro annui. Una giustificazione che le opposizioni hanno definito una semplice scusa.
Più che una questione di risorse, sembra emergere una precisa scelta politica. La visione della società proposta dalla maggioranza appare ancorata a un modello degli anni Cinquanta, in cui alle donne viene assegnato principalmente il ruolo di cura e riproduzione. Una società ferocemente liberista che arretra sul welfare e che si fonda su un altrettanto feroce individualismo, dove il soggetto implicito resta l’uomo.
Le conseguenze di questa impostazione emergono anche nel ritardo accumulato dall’Italia nel raggiungimento dell’obiettivo europeo sulla copertura dei servizi per l’infanzia. La raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea prevede una copertura del 45% per i bambini sotto i tre anni nei servizi educativi. Un obiettivo che l’Italia non riuscirà a raggiungere né a livello nazionale né, soprattutto, nelle regioni del Sud, dove la frequenza negli asili nido si ferma intorno al 15% dei bambini, con punte che scendono addirittura al 10%. A questo si aggiungono misure molto significative, come l’aumento dell’IVA su beni essenziali per l’infanzia e la cura — dagli assorbenti al latte in polvere fino ai pannolini — che colpiscono direttamente le famiglie e, in particolare, le donne.
Il governo Meloni ha mostrato inoltre una forte insofferenza verso qualsiasi cambiamento culturale che possa incidere anche simbolicamente sulle asimmetrie di genere: dall’idiosincrasia per gli interventi educativi nelle scuole finalizzati a contrastare pregiudizi e stereotipi sessisti, fino al continuo dileggio della declinazione dei titoli professionali al femminile. Un tema che la stessa presidente del Consiglio (appena nominata aveva precisato di voler definire la propria carica al maschile) non perde occasione di ridicolizzare, strizzando l’occhio al maschilismo militante.
Allo stesso tempo, Giorgia Meloni e la sua maggioranza non hanno mai esitato a strumentalizzare il tema della violenza contro le donne in chiave anti-immigrazione. Giovedì Fratelli d’Italia ha pubblicato — per poi cancellarlo — un post che utilizzava i corpi delle donne come strumento di propaganda politica pro referendum: “Vota sì. I giudici bloccano il rimpatrio degli stupratori. Dove sono le femministe?”.
Ci vuole del cinismo per fare propaganda referendaria con la violazione dei corpi delle donne e nello stesso tempo, continuare a rappresentare in maniera distorta la violenza sessuale. In questa narrazione lo stupro non appare come un crimine contro le donne, ma come un attacco alla “razza italica”, come se la violenza fosse un problema che arriva da fuori e non un fenomeno strutturale della nostra società.
Nello stesso post Fratelli d’Italia si chiedeva provocatoriamente dove fossero le femministe. La risposta è semplice: il 15 e il 28 febbraio erano nelle piazze di molte città italiane e a Roma per protestare contro il ddl Bongiorno che ha tradito la riforma dell’articolo 609-bis del codice penale che introduceva l’assenza di consenso nella definizione del reato di stupro.
Ci sarebbe anche molto altro da dire sulla vocazione bellica della presidente del Consiglio. Non ci siamo mai illuse che avere una donna a capo del governo significasse automaticamente avere politiche per le donne. La storia lo dimostra con chiarezza: la presenza delle donne nei luoghi di potere non coincide necessariamente con l’avanzamento dei diritti e della giustizia sociale. Dipende da che cosa si decide di fare una volta arrivati al potere. Giorgia Meloni ce lo ha dimostrato.
Nella Giornata internazionale della donna, dobbiamo prendere atto di una realtà amara che già conoscevamo: avere una donna al vertice non basta se le politiche continuano a ignorare le donne. E mentre ci prepariamo a celebrare l’8 marzo, guardando al lavoro, ai diritti, al welfare e alla libertà di autodeterminazione, la sensazione è che il cammino verso la parità non solo non abbia fatto passi avanti, ma che la strada sia diventata ancora più lunga e più difficile.