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Sapone extra a pagamento per le docce dei senzatetto: quando l’assistenza diventa umiliazione

Le docce sono aperte solo il martedì, il giovedì, il sabato: igiene e dignità solo nei giorni prestabiliti!
Sapone extra a pagamento per le docce dei senzatetto: quando l’assistenza diventa umiliazione
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Un uomo senza tetto entra in un bagno pubblico con un buono comunale per lavarsi. Non chiede nulla. Non supplica. Può fare la doccia, lavarsi di dosso lo sporco. Quel buono gliel’ho dato io. Ci sono voluti mesi. Telefonate. Attese. Uffici muti. Alla fine, insieme ai pasti, anche la doccia. Un piatto caldo tiene in piedi il corpo. L’acqua calda e un asciugamano pulito tengono in piedi la dignità, ci fosse anche qualche abito pulito sarebbe magia.

Si lava. Poi chiede un po’ di sapone in più. “Sai, avevo solo 3 euro in tasca!” mi dice. Non erano soldi di troppo, erano gli unici che aveva.

Glielo fanno pagare. Il sapone. La cosa più semplice. La strada, la notte, la polvere non si lavano da soli. Non ha nulla. Niente casa. Niente soldi. Niente scelte. Eppure deve pagare per lavarsi.

Le docce sono aperte solo il martedì, il giovedì, il sabato. Se mi sporco lunedì, aspetto. Se ho freddo venerdì, tornerò domani. Igiene e dignità solo nei giorni prestabiliti, in quelli pari!

Frequento questo mondo da più di dieci anni. Ho imparato in strada che non si cede denaro. La maggior parte viene spesa in alcol o droga. Qui non si tratta di concessioni. Si tratta di un diritto. Minimo! Me lo racconta senza rabbia. Solo pudore. Non indignazione e sceneggiata teatrale. Solo sorpresa. È normale? a bassa voce come una vergogna.

No, non è normale!

Riesco a contattare l’impiegato solo dopo ore. Vari tentativi. Mi aspetto una spiegazione. Ricevo un rimprovero. Il tono è infastidito. La sostanza, non faccia polemica! Non è il centro del mondo.

Oggi però sono riuscito a parlare direttamente con chi lavora nel bagno pubblico. E ho scoperto qualcosa di più. Il buono “rosso” che mi è stato consegnato dal Comune, quello che mi è stato raccomandato di utilizzare e distribuire con parsimonia, in realtà non vale quasi nulla. Vale solo l’acqua. Niente sapone. Niente shampoo. Niente asciugamano. Solo acqua.

Non si chiede di essere il centro del mondo. Si chiede dignità. Si chiede che il servizio sociale non diventi tolleranza burocratica, si chiede empatia.

Quando chi segnala un’ingiustizia diventa il problema, il sistema smette di interrogarsi. Difende se stesso. Non il sapone, non le docce, non la dignità. Difende il tono, la posizione.

La dignità non è un extra. Non è una ricarica da banco. Non dovrebbe avere un giorno in agenda, la dignità è un diritto. C’è una linea sottile tra assistenza e umiliazione. La prima apre possibilità. La seconda ricorda il posto di chi riceve.

Una domanda resta sospesa. Se molti non usano i buoni per la doccia, è perché non vogliono lavarsi? O perché temono un’altra piccola umiliazione? Forse prima di chiedersi perché non si presentano, bisognerebbe guardare cosa trovano quando lo fanno. E a questo punto resta anche un’altra domanda, più semplice e più diretta: il sindaco è al corrente che quei buoni garantiscono soltanto acqua? E se lo è, ha intenzione di fare qualcosa perché una doccia torni ad essere ciò che dovrebbe essere: un gesto di igiene, ma soprattutto di dignità?

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